Lettera ad un Vucumprà
Vada (LI)
Agosto 2005
| Taaw du roote Ndianial wurus ndianial xaliis Taaw du roote Du ma ranian baay Tedda ci sama laluu yaay be nago yiere |
Io primogenita non porterò l’acqua dal pozzo Con una corona d’oro e d’argento sul capo Non porterò l’acqua dal pozzo. Non partirò col buio della notte, papà Rimango nel letto di mia mamma fino a che il sole arriva a colazione |
Sento ancora la tua voce baritonale uscire da quelle labbra scure, macchiate dai raggi del sole, sento il suono dei tamburi nelle tue parole, i ritmi di cieli lontanti, il battere di piedi sul terreno polveroso al suono di quelle percussioni. Immerso in questa melodia, al caldo di un cielo nascosto ascolto le tue storie di re, principi, griot, spiriti del deserto e animali agli albori del mondo. Sono storie già lette, ma davvero, solo suonate dalla tua voce acquistano l’incanto proprio delle favole.
Sono storie che parlano della tua cultura, del tuo popolo, delle tue credenze. Parlano della fierezza della gente, delle virtù degli uomini, dei loro ideali, destini e speranze.
Mi inchino idealmente mio Re. Ti offro la mia sigaretta in cambio della tua riconoscenza.
Sono un vostro suddito sire. Le lacrime evaporano con questo caldo. No, non sto piangendo. I cacciatori della savana non piangono di fronte al proprio sovrano.
Poi mi volto. Là, al sole trovo i tuoi paramenti. Solo un’enorme borsa ripiena di vestiti sgargianti ad appesantire la tua schiena provata. Nessun portatore per te. Le tue braccia ti fanno da servi. Le tue gambe magre il tuo destriero. Non oro, non perle né ossa abbelliscono i tuoi abiti. Solo la polvere fine della spiaggia ricama giochi sulla tua maglia.
Re della mia fantasia, un mondo tanto potente quanto vigliacco ha incatenato i tuoi avi, imprigionato i tuoi genitori in un carcere di miseria e fustigato te e la tua famiglia di menzogne e false speranze.
Ma non credere alla mia libertà. Anch’io sono prigioniero come te. Certo, la mia prigione è più bella della tua. Ma la realtà che vediamo, quella che viviamo, è filtrata dalle ombre che le sbarre proiettano sul pavimento della forma. La sostanza, è il cielo oltre le mura. Secondini senza nome la tengono al riparo dai nostri sguardi curiosi.
Un giorno usciremo sai?! E’ solo questione di tempo. Mentre aspettiamo che ci restituiscano la chiave. Grazie! Grazie davvero Barah. Grazie per le tue storie, per la tua presenza. Grazie per la tua calma. Per il tuo sorriso che, nonostante tutto, c’è.
Ciao.
| Stampa l'articolo | Questo articolo è stato pubblicato da Filippo Canzani il 25 giugno 2009 alle 11:18, ed è archiviato come Dediche, Pensieri. Puoi seguire i commenti a questo post attraverso RSS 2.0. Puoi pubblicare un commento o segnalare un trackback dal tuo sito. |


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