Ad un paziente
Le vite si incontrano così per caso
talvolta una stanza di pareti arancioni
quasi un riflesso dei tuoi capelli ramati
ho bussato, permesso,
la rabbia soppesa il passato di una vita smagrita
Occhi protesi in cerca del mondo
ti gira attorno e non riesci a fermarlo
mi chiedi che sia, ti dico che pensi?
Gambe da elefante non sostengono
un corpo da esile pensatore, rifletti ad alta voce
passando la mano tra un linfonodo e l’altro
gonfi come mele mature attendono la caduta
la tua, assieme alla loro
Occhi protesi in cerca di sostegno
lo hai attorno e non riesci ad afferrarlo
mi chiedi che fare, la mia risposta un pappagallo.
Tua madre silenziosa raccoglie bende e amarezza
bofonchia incredulità mista a rabbia, protezione ed accuse reciproche
vi siete toccati, come due amanti privi di iniziativa
parlate un linguaggio che non dice, parole per il tempo che passa
Occhi protesi verso l’esterno
lo hai attorno ma non riesci a raggiungerlo
mi chiedi che fare, dovrei dirti di rinunciare.
Elenchi i problemi del giorno a memoria
scrivo la lista come fosse una spesa
tu guardi fuori io il tuo corpo
siamo due ciechi che fissano il vuoto
annotiamo le nostre considerazioni e nascondiamo i segreti
Occhi protesi verso l’ignoto
lo hai attorno e ne senti tutto il peso
mi chiedi cos’è. Oggi non ho voglia di rispondere.
Tanto hai capito.
Non avrò liste della spesa quando sarà il momento
non avrai elenchi da propormi
ci sarà solo silenzio.
Il nostro. E la presenza.
| Stampa l'articolo | Questo articolo è stato pubblicato da Filippo Canzani il 23 novembre 2009 alle 21:48, ed è archiviato come Dediche, Versi. Puoi seguire i commenti a questo post attraverso RSS 2.0. Puoi pubblicare un commento o segnalare un trackback dal tuo sito. |


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