Apro la porta della camera e, non so perché, ripenso ad un lontano giorno di molti anni fa.
Freddi e improvvisi come le saette baluginano alle volte i pensieri, soprattutto quando hanno la soffice consistenza dei ricordi.
Così mi è tornato alla mente il giorno in cui, da piccoli giocando in un bosco, un amico rimase impigliato nella fredda morsa di una vecchia tagliola arrugginita, speranza di bottino di qualche cacciatore.
Sbigottimento e risate nello scoprirsi prigioniero di quello strumento dai denti per fortuna appiattiti.

Il ricordo ha poi preso la consistenza più spessa della considerazione.
Al viso biondo dell’amico si è sostituito nel tempo di un batter di ciglia il mio viso scuro.
Prigioniero di una tagliola. Ero io.

Per molto tempo ho vissuto imprigionato nella rugginosa tagliola della mente.
Non ferito, ma dolente. Portandomi dietro il peso di un oggetto inutile.
Non ferito, ma appesantito. Quei denti smussi non tagliavano ne pungevano. Davano fastidio. Una noia cronica ed insistente.
A forza di strusciare ha fatto il callo. Il sonno della riflessione. L’incastro della via libera.
Anche i movimenti, la libertà d’azione era limitata. Ridotta dalla portata del catenaccio che impediva alla tagliola di esser trascinata via.

Al sorriso del ricordo si è sostituita l’amarezza del pensiero.
E poi, nel volger di uno sguardo, la speranza di essermi liberato di quella tagliola. E la volontà, forte, di stare attento a non incappare in altre trappole.

Chiudo la porta sorridendo per quel gioco scemo che facevamo e per quell’inaspettata sorpresa.