Tirocinio post-laurea
Proprio oggi ho terminato il secondo mese di tirocinio, in un reparto di medicina interna. Era cominciata male, ma per fortuna è finita meglio. Qualche “collega” di tirocinio mi ha detto che forse tendo ad essere troppo ottimista. Chi, io?!? Sviste a parte. Non penso sia questione di ottimismo o pessimismo, quanto di riuscire a fare. Credo che non ci siano cose belle o brutte, positive o negative, ma vi sia un po’ di tutto in ogni cosa, in ogni situazione così come in ogni persona. Un misto di stati che si mischiano con i nostri, in momenti diversi. Insomma un casino, no?!
Imparare, sul piano pratico, forse abbiamo imparato poco. Qualche protocollo terapeutico magari, ma senza troppa convinzione. Eravamo tanti, troppi. C’erano giorni in cui contavo più di quindici camici bianchi, tra strutturati, specializzandi, noi tirocinanti, tesisti ed avventori dell’ultima ora. Insomma, un tipico reparto universitario. Paradossale che si riesca ad imparare di più dagli ospedalieri piuttosto che dagli universitari?! Digressioni formative a parte. Sul piano clinico l’utilità di questo breve mese è stata certamente relativa. Personalmente mi è piaciuta una cosa. La misura.
Mi sono accorto che dall’iniziale diffidenza a muovermi per quelle undici stanze, pian piano sono riuscito a prendere una mia misura con le persone ricoverate. E mi ha dato soddisfazione. Parlare giorno giorno con loro, condividere sensazioni, rispondere a qualche dubbio, soddisfare qualche piccola richiesta. Il sorriso nei loro occhi è stato un bel regalo, per non parlare delle dolci parole di qualche anziana signora. Beh sì, sempre di più mi accorgo di avere un certo ascendente con le vecchie. Ci sarà da preoccuparsi?! Sarà per il capello brizzolato che comincia a far capolino tra i riccioli neri?!
Ho capito che anche in un ospedale per acuti c’è (o meglio, ci sarebbe) spazio per la comunicazione. E mi ha fatto piacere. E dispiacere allo stesso tempo, per come questo canale sia poco sfruttato; manca il tempo, dicono. E pare mancare agli strutturati, ma, purtroppo, anche agli specializzandi, giovani più o meno come me che apprendono il mestiere. Mi aspetterei di più, almeno da loro. Certo, magari sono soffocati da un’impronta pesante data dai “senior”, ma credo adesso più di prima che lo spazio per prendere la propria strada si possa ritagliare sempre. Sopratutto in un posto come quello. Peccato.
Sempre di più credo davvero che la comunicazione non sia tempo perso nell’assistenza alla persona malata, ma tempo di cura, tale e quale a quello dedicato ai vari tipi di terapie. Parlare con le persone può essere terapeutico. Ne sono convinto. E mi ha fatto piacere collaudarmi in questo mese in un posto simile.
La batteria mi dice or ora che ho diciannove minuti di carica residua, e non ho voglia di andare a cercare il cavo della corrente, quindi concludo. Secondo aspetto di questo mese.
L’iniziale diffidenza coi “colleghi” di tirocinio è andata diminuendo nel corso del mese. A me piace conoscere le persone, mi reputo un curioso di vite, ma questa mia iniziativa non è detto che sia corrisposta da tutti. Il mese precedente, in tal senso ,era andata meglio. Qui, almeno all’inizio, non mi trovavo affatto bene. Mi parevano tutti diffidenti, poco curiosi di conoscere gli altri, una caratteristica che tra l’altro, per un medico, mi pare utile. Ognuno pensava a sé e per sé. Poca, molto poca condivisione. Poi le cose sono lentamente andate migliorando. Certo non con tutti, ma ho potuto trovare qualcuno con cui entrare in un minimo di sintonia.
Propositi per future collaborazioni: dare e prendersi del tempo.
