Tra un test e l’altro sabato ho partecipato ad una lezione sulla donazione del sangue. Tutto tranquillo finché, dopo una relazione in merito all’anamnesi che il medico deve fare al donatore, parlando della psoriasi come causa di esclusione, una ragazza qualche fila dietro alla mia alza la mano per porre una domanda.
Ora non so se la cosa fosse voluta o meno, ma dalla bocca della ragazza, che poi scopro essere una dottoressa neolaureata come me, esce un tono di sfida misto a ostentazione di saccenza, col quale esclama: “Ma di psoriasi c’è anche quella da artrite!”, come a voler confutare lei quanto emanato da leggi ministeriali alle quali si spera abbiano lavorato per un po’ di tempo dei tecnici della materia. E per carità, mantenere una mente critica nei confronti dell’Istituzione va pure bene, ma in quel contesto era evidentemente non-sense!
La giovane dottoressina viene infatti zittita da una collega altrettanto giovane ma a quanto pare un po’ più elastica e la relazione continua. Fine della storia.

Mi chiedo però. Che senso aveva quell’intervento? Farsi belli per aver partecipato a qualche seminario sull’artrite psoriasica? O magari perché la dottoressina frequenta un qualche reparto di reumatologia o di dermato?! Perché quel tono “contro” chi stava parlando a noi ignoranti della materia? Perché doversi fare grandi, come un qualsiasi animale spaventato cerca di fare col suo nemico, piuttosto che intervenire gentilmente per chiarire quello che può essere un dubbio? Possibile che l’università non ci insegni ad apprendere, a stimolare il dialogo, quanto ad attaccare?

Davvero, alle volte mi pare che dal percorso formativo si impari solo a combattere o almeno a difendersi. Gladiatori nel Colosseo della medicina. Poveri animali impauriti che drizzano le piume. Difendersi o morire. Che stimoli possono essere questi per approcciarsi ad un paziente nel futuro prossimo?!