“Si chiama Mario, è un ex infermiere, un tipo tosto, gli piace gestirsi da sé”. Così il capo-sala (o coordinatore infermieristico, come li chiamano adesso) mi descrive un paziente che potrei vedere al day hospital oncologico, per via del dolore non controllato.
Esco dalla sua stanza e chiedo del paziente ad un’infermiera. Mi porta nella sala delle chemio, una delle due, una stanza pressoché quadrata con otto letti affacciati a quattro a quattro, tipo uno scompartimento dei treni di pochi anni fa, quelli in cui ancora i finestroni si potevano abbassare. Mi conduce davanti ad un uomo anziano, avrà più o meno 70 anni, i capelli grigi, mossi dal cuscino della notte, sembrano non aver incontrato il pettine questa mattina.
“Buongiorno” gli dico.
“Buongiorno a lei” mi risponde lui, non troppo convinto. Mi presento. Sono il medico per il dolore, dico quasi sempre. Potrebbe essere poco carino presentarsi come quello delle cure palliative, quelle per i malati di cancro giudicati (da chi?) senza possibilità di guarigione.
“Come si sente oggi?” provo a chiedere. Lui scrolla le spalle.
“Ma – quasi con disinteresse – così! Sto aspettando di andare a fare un RX”. Si volta e chiama la moglie. Taglia corto con le parole e con i gesti. Mi irrigidisco, sentendomi di troppo. Nel frattempo arriva la moglie ad avvisarlo che è tempo di scendere. I raggi lo attendono. La nostra conversazione non è andata molto avanti. Sì, ha dolore, sì ha preso dei farmaci per gestirlo, no, non fanno molto effetto. Pochi dati scambiati di fretta come le palle di un giocoliere da una mano all’altra.
“Arrivederci. Se quando torna vuole parlare mi trova qui” gli dico mentre la moglie gira la carrozzina puntando verso l’uscita. Lui mi fa un cenno di saluto tenendosi con una mano al bracciolo. I raggi lo attendono. L’oracolo che parlerà con simboli in chiaro-scuro di nuove metastasi. O forse no?
Mi volto per andare a prendere un caffè. Convinto di non rivedere Mario. Ma mi sbaglio. Tempo un’ora e la sagoma della carrozzina si profila attraverso il vetro smerigliato della porta del reparto. Gli vado incontro. La moglie mi sorride. Mi offro di spingere Mario e lei accetta. E’ stanca e, pare, spaventata. Lui sembra invece più rilassato. Il caldo abbraccio penetrante dei raggi X sembra averlo reso più leggero.
“Ha voglia di parlare?” Gli chiedo mentre spingo lentamente la carrozzina ed il suo corpo verso il fondo del corridoio, senza una meta ben precisa in testa. Per ora.
“Certo, sono tornato apposta” mi dice sempre con decisione. La moglie mi sorride nuovamente.
“Andiamo allora” e svolto in uno degli uffici.

Mario, sua moglie ed io avevamo bisogno ciascuno del nostro tempo. Lui aveva bisogno di scavalcare l’ostacolo, di affrontare l’esame, io di sentirmi accettato, e lei, la moglie, di potersi fidare. Ciascuno di noi aveva bisogno delle proprie sicurezze. Da poter condividere.

Non so se riuscirò a gestire il dolore di Mario, ma ci proverò. Avrò bisogno di tutto il suo aiuto, come gli ho spiegato. Spero che comprenda. Intanto l’RX ha mostrato una frattura. La metastasi ci fa sapere che c’è ed ha intenzione di non lasciarsi sfuggire quest’occasione. E Mario e sua moglie ancora non lo sanno…