Un amore nella natura
Lothlorien, in una notte di luna pienda dell’anno 1.502…
Lindir sapeva che il sentimento crescente che stava provando fosse amore.
Dalla prima volta che la vide, bellissima, stella luminosa nel buio della notte, davanti al Palazzo di Cristallo di Lothlorien, Lindir aveva provato un moto nel petto. Un mare in tempesta smuoveva il suo cuore, le onde lo cullavano su e giù secondo un tempo ripetitivo scandito dal ritmo del vento. E, come una barca senza timone, i flutti di un simile sentimento trasportavano l’elfo verso ignoti destini.
Ogni volta che il destino tramava a che si incontrassero, i suoi occhi non avevano l’ardire di incrociare il femmineo sguardo. Quegli occhi azzuro-verdi, cangianti d’arcobaleno ad ogni movimento del capo, riuscivano a trapassarlo come neppure la freccia scagliata dal miglior arco elfico sarebbe riuscita a fare.
Era stato difficile per il Re elfo manifestare i propri sentimenti ad Ailinel, questo era ed è il nome dell’elfa. Nonostante la raffinatezza e sensibilità dell’elfo lo rendessero avvezzo nel comprendere i moti dell’animo, egli rimaneva pietrificato di fronte alla grazia della creatura.
Poche parole vennero così affidate all’aria che separava i due corpi sinuosi. Nonostante la sua mente negasse, il suo istinto di domatore leggeva negli occhi dell’elfa un reciproco sentimento. Ed un bacio fu quindi la miglior spiegazione che le potesse dare. Quelle erano parole dettate dal cuore. Parole che tutti comprendono.

I giorni passavano e Lindir sentiva crescere dentro un tal sentimento d’Amore nei confronti di Ailinel. Lo coltivava lasciandolo espandere, crescere, aumentare come una chioccia fa col proprio uovo, lo teneva al caldo del proprio petto, al sicuro, per poi lasciarlo esplodere quando il corpo dell’elfa lo richiamava con la propria energia magnetica. Dividevano quell’ardore da giovani amanti, privandosi ognuno di una parte di sé per donarla all’altro, in uno scambievole gioco di anime disperse nel mare dell’ebbrezza.
Quel che Lindir sentiva, ne era certo, era destinato a durare. Era un sentimento puro, destinato a rinnovarsi nella lunga corsa del tempo. Anche per questo sentiva il bisogno di incorniciare il proprio amore, di renderlo ancor più degno di esser vissuto, forse nel vano tentativo, tipico di una comunque mente mortale, di apprezzarlo come maggiormente materiale, palpabile. Lindir voleva sposarsi con Ailinel, voleva condividere con l’elfa le albe ed i tramonti che li avrebbero attesi, voleva che ella divenisse sua moglie. La moglie del Re.
Fu in uno splendido pomeriggio di sole che, mentre muovevano gli zoccoli dei propri cavalli lungo una radura nella foresta, si imbatterono in uno splendido casolare. Chi fosse stato a costruirlo era ignoto ai due, ma sicuramente quella casa rappresentava il frutto di un magnifico impegno congiunto di fabbri, artigiani e falegnami. Le travi ben levigate ne costituivano le pareti portanti, sulle quali edera ed altri rampicanti profumati scivolavano pendenti, come cascate che sgorgano da profonde incisure nella roccia.
Lì i due elfi, ebbri di tanto materiale splendore e della comune scoperta, cominciarono scherzosamente a far progetti di vita assieme, pensando a come potessero essere gli interni di quell’abitazione, a come avrebbero potuto arredarla, suddividere le stanze.

Fu proprio da un gioco che nacque, come spesso succede, la seria proposta di matrimonio del Re elfico nei confronti della splendida elfa dagli occhi azzurri.
“Ailinel…..” cominciò Lindir titubante, facendosi serio in volto.
“Sì?” Disse innocentemente l’elfa.
“Ho una cosa da chiederti” disse prendendo pian piano sicurezza l’elfo.
“Che cosa?”.
“Tu…” – guardandola negli occhi chiari – “vorresti sposarmi?”.
“Sì” rispose semplicemente Ailinel, mentre un sorriso colmo di felicità cominciò ad inclinare gli angoli della bocca verso l’alto, facendo sortire sulla pelle quelle piccole fossette che Lindir amava tanto. I due amanti si unirono in un tenero abbraccio silenzioso. Era altro a parlare in quel momento così importante per il futuro dei due. Erano le loro anime che parlavano. Erano parole d’amore quelle che si scambiavano.
Lindir sussurrò piano al vicino orecchio dell’elfa: “E sia dunque!”.
I giorni passano….
Ferito e indolenzito per lo scontro appena perso contro una strana creatura dalle sembianze di un Gargoyle, ma che doveva trattarsi di una oscura magia da necromante, Lindir si diresse verso la propria abitazione. Non entrò subito ma deviò verso la scogliera vicina per immergersi in mare. Non voleva entrare in casa con le evidenti ferite ancora sanguinanti. Se Ailinel fosse stata lì si sarebbe sicuramente preoccupata. E tutto voleva tranne oscurare la gioia dell’amata prima delle nozze. Erano giorni frenetici di preparativi e l’elfa sembrava ancor più radiosa del solito.
Così si spogliò e si immerse in mare. Le ferite bruciavano al contatto con la fredda acqua salmastra. Ma sapeva che quel bruciore epurava le lacerazioni da eventuali particole lasciate da quel mostro. Quando si sentì meglio uscì dal mare e si asciugò con quel che rimaneva della camicia. Si mise addosso la lunga veste regale e si diresse verso casa.
Il sole stava per accingersi a compiere l’ennesima migrazione verso quel nulla che viene nascosto dalla linea dell’orizzonte ed il cielo, triste per l’allontanamento, si stava tingendo di meravigliose sfumature rossastre.
Aprì la porta di casa e vide la sua amata seduta su di una sedia, chinata verso uno dei bauli della sala, con una stoffa biancastra che ne sporgeva. Appena sentì i passi del bardo Ailinel mise via tutto e chiuse il baule con la sola forza del pensiero, in quanto Lindir la vide solamente alzarsi e portare le braccia verso di lui. Il resto accadeva alle sue spalle solo grazie alla magica volontà dell’elfa.
Lindir sorrise. Sapeva che Ailinel aveva provato le vesti nuziali. Probabilmente aveva deciso quale indossare e voleva serbarla in segreto fino al giorno del matrimonio. Fece quindi finta di nulla e andò verso l’elfa per abbracciarla.
Il contatto con l’amata fu corroborante, benché la stretta provocò un vivo dolore al costato ferito del bardo.
“Cos’hai?” chiese Ailinel stupita della reazione dell’amato.
“Mmmh…. nu.. nulla! Solo un piccolo dolore improvviso… niente di preoccupante!” rispose Lindir indicando la zona dolente.
Ailinel andò subito con la mano a toccare la zona indicata e nuovamente il bardò sussultò colpito da una fitta.
“Ma come piccolo dolore! Questo è dolore! Che ti è successo?” disse Ailinel con aria sagace.
“N.. niente sarà qualcosa di passeggero! Succede…. abbracciami dai!” tentò di dissimulare Lindir.
“Signor Re! Chi credi di prendere in giro?” disse con un tono misto tra ordine e vezzeggio. “Togliti questa veste e fammi vedere!”.
Lindir sapeva che poco avrebbe potuto ancora dire. Ailinel si era messa in testa di controllare cosa avesse l’amato e poco c’era da fare se non assecondrne il desiderio. Ignorando le proprie reticenze si tolse quindi la veste per lasciare poco spazio al dubbio. Erano evidenti le ferite sul torace. Lindir fu costretto a raccontarle tutto. Non voleva farla impensierire ulteriormente, ma del resto neppure voleva mentirle, tanto più che quell’attacco poteva costituire una minaccia per la Comunità stessa.
Quando finì di parlare Ailinel lo prese gentilmente per mano e lo portò in camera da letto dove gli disse di distendersi supino. Andò alla credenza e ne estrasse una piccola scatoletta. La aprì e infilò le dita dentro, estrendone una puzzolente sostanza gelatinosa. Si sedette sul letto, accanto a Lindir, e cominciò a spalmare quella mistura sul torace ferito dell’amato.
Lindir, passate le prime fitte di dolore, cominciò subito a sentire l’effetto benefico della sostanza. Sentiva anche il calore della mano longilinea che gli sfregava il torace. Quel calore si diffondeva lentamente in tutto il corpo. Si sentì spinto da una nuova energia, nella quale gli piacque perdersi. Afferrò con decisione il polso di Ailinel e la trasse a sé.
“Che fai?” disse lei stupita.
La risposta fu un bacio. Un bacio lungo, languido ed appassionato. Le loro lingue si toccavano, guizzavano impetuose, avvolgendosi l’una all’altra per poi ritrarsi e riincontrarsi nuovamente. Ancora ed ancora… Le loro mani studiavano attente il corpo l’uno dell’altra, sondandone ogni piega. Le vesti cominciarono a scivolare dai loro corpi e poi ancor più giù dal letto fino a posarsi a terra.
Il sopravanzare della notte che incedeva fece da scenografia a quel loro lungo amore.
Sudati ed ansimanti si ritrovarono al buio, l’uno sull’altra, pazzi d’amore, incredibilmente felici. Si sentivano in pace con se stessi, in pace con tutti gli esseri del modno, si sentivano appieno parte di quella natura che circondava la loro casa, euforici nel sentirsi appagati, gioiosi per l’atto appena consumato.
E c’era anche qualcos’altro. Una strana sensazione. La sensazione di un evento imprtante che si è realizzato. Lindir sentiva di aver trasmesso ad Ailinel una parte di sé. Sorrise, pur non comprendendo quel sentore.
Fece un profondo respiro e baciò la guancia dell’elfa che si era addormentata con la testa sulla sua spalla. I capelli, sparsi in modo casuale in tutta la loro lunghezza sul torace, riflettevano quel po’ di luce azzurrognola che filtrava dalla finestra, creando un caleidoscopico gioco di luci in cui Lindir cominciò a perdersi con aria sognante.
Chiuse lentamente gli occhi e si addormetò.
