Il corpo, mollemente abbandonato sul prato, sognava avventure irreali quando un vento leggero cominciò a smuovere i ciuffi d’erba attorno all’elfo.
Uno di questi cominciò a carezzargli ripetutamente l’orecchio, muovendosi al ritmo di quella forza invisibile.
Lindir, questo era il nome dell’elfo, si svegliò di soprassalto, portandosi d’istinto la mano veloce all’orecchio, per scansare la fonte del disturbo.
Si accorse che si trattava di un mite ciuffo d’erba. Sorrise.
Stropicciò gli occhi, accorgendosi che il sole stava tramontando oltre le colline a nord est, e si alzò a sedere. La giornata stava per concludersi.
L’aria era calda, ma non afosa. Il cielo appariva ancora luminoso e le sfumature di rosa-azzurro coccolavano il suo sguardo affascinato.
Saggiando l’erba col palmo delle mani, Lindir si ricordò di quando sua madre usava fargli il solletico sul petto, da piccolo, con i ciuffi di lavanda.

Da molti anni oramai i suoi genitori erano venuti meno. I robusti fili delle loro elfiche vite erano stati tagliati dalle divine entità della Natura.  Ma il loro ricordo li faceva sopravvivere nella mente del giovane elfo.

Sua madre, Ilyalisse, era sempre stata dolce e premurosa con lui.
Quando tornava dai pascoli la trovava in casa a lavorare all’arcolaio, ad intrecciare fili di rara preziosità tra le microscopiche maglie di diverse stoffe. Con puntigliosa accuratezza riusciva a creare sinuose figure grazie alla fervida immaginazione di cui era dotata.
Immaginazione che sfruttava anche per inventare storie al figlio. Ogni giorno, mentre lo lavava, inventava nuove affascinanti novelle per intrattenere la creatura di cui si prendeva cura.
Amava anche dipingere sua madre, per lo più volti di nobili elfe.
Aveva il dono dell’osservazione. Sapeva notare i più piccoli particolari, i caratteri salienti di un volto, di una persona più in generale, ed elaborarli a proprio vantaggio per esaltare o smorzare le rappresentazioni che ne faceva.
Lindir ricordava in particolare un dipinto che lei aveva realizzato. Raffigurava il volto di una giovane elfa. Aveva fini occhi di un azzurro incredibilmente chiaro, incorniciati tra due palpebre rosee, con lunghe ciglia scure. Sembravano zaffiri incastonati in sottili lastre di quarzo rosa. Il naso, sottile e leggermente allungato, terminava con una punta piccola rivolta verso l’alto, come per scrutare curiosamente il cielo. Divideva il volto in due metà apparentemente identiche. Le labbra, carnose, di un rosso scuro, erano piegate ai margini in un sorriso di inesprimibile incanto.
Lindir non sapeva a chi appartenesse quel volto e sua madre non volle mai sciogliere quel mistero. Portò via con sé quel segreto alla morte.
Per quanto ne sapeva era comunque l’unico mistero che tenne per il figlio.
Spesso andavano assieme, al pomeriggio, in giro per la foresta. Sua madre gli mostrava molte piante dall’aspetto diverso. Gli spiegava l’origine, le abitudini, il perché dei diversi colori e forma delle foglie. Sapeva inoltre ricavare da molte di esse infusi o misture dalle più svariate capacità.

Al mattino Lindir andava invece con suo padre, Edenemer, al pascolo.
Gli piaceva molto vedere la mandria di animali seguire il rumore del robusto e grezzo bastone di suo padre.
Edenemer era un elfo taciturno, abituato più a stare con gli animali che con altri elfi. Era solito passare lunghi momenti in silenzio, assorto in una specie di trance meditativa.  Anche a tavola, mentre si discuteva, sembrava stare in disparte, taciturno, ma con l’aria attenta di chi scruta la situazione dall’alto. Salvo poi aprire bocca per emettere parole di incredibile giustezza. O almeno così sembrava al giovane Lindir.
Era incredibile come il suo carattere ombroso lo rendesse particolarmente affine a trovare una giusta sintonia col mondo animale. Non c’era bestia che non subisse il fascino carismatico di quell’elfo.  Gli animali seguivano il passo di Edenemer al pascolo, ma sembrava che ubbidissero più ad un sodalizio mistico, instauratosi in tempi arcani, piuttosto che ad un istinto animale.
Il giovane Lindir subiva egli stesso questa sorta di fascinazione. Amava stare appresso a suo padre al pascolo. Era una preziosa fonte di conoscenza.
Pian piano aveva appreso da lui le più fini nozioni sul mondo animale. Era in grado di distinguere che animale fosse passato guardando e sapendo dove cercare le impronte, un uccello in volo dalla sagoma che si stagliava in cielo e dal richiamo che esso emetteva.

La meraviglia si dipinse in lui quando, avendo pochi giorni prima trovato a terra uno strumento fatto di semplici canne di lunghezza diversa, notò che suonandolo gli animali parevano distrarsi.
Man man mano che prendeva familiarità con quello strumento, notava come gli animali gli si facessero appresso, come se rimanessero incantati da quelle melodie.
Di tempo ne era passato da allora.

Adesso le veloci dita di Lindir riuscivano ad incantare con la musica ben più di una pecora. Grazie all’uso accorto delle note, la sua musica diveniva una potente arma a sua disposizione.

Lindir si distrasse dai ricordi della sua infanzia. Un’altra giornata stava per terminare.
Si alzò da terra, prese la borsa, controllò che il suo liuto fosse sempre lì dove lo aveva riposto poco dopo il pasto, e salì in groppa al suo fedele Liuth.
Si allontanò dondolando al ritmo del passo equino e della propria melodia, diretto verso il tramonto.