Filippo Canzani
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Articoli di Filippo Canzani
Solo coi propri demoni
1Demoni mordono la pancia, sbranano le membra, scolpiscono la mente con scalpelli arrugginiti, incidono la pelle del viso, sgretolano le ossa con mani di tenaglia. Il corpo si agita convulso, non trova pace, la mente tenta di fuggire, il pensiero barrisce sollevando una proboscide di incomprensione, galoppa al ritmo forsennato del cuore, ma viene catturato da reti di languore e torna al presente; cerca di fuggire e viene ripescato; boccheggia il pensiero. Come un tuffatore le braccia protendono verso il vuoto dell’ignoto, tentano di afferrare un appiglio immaginario, un punto fermo nel mare in tempesta del dolore. Distress, delirio agitato lo chiamano. Tentativo di fuggire, liberarsi dalla prigione? Tentativo di andare oltre, altrove?
Impotente tieni ferme quelle braccia, cerchi di essere delicato nel tocco, non una catena, ma una carezza decisa. Tentacoli di flebo costringono a non estenderle quelle braccia. Le maglie della rete. Parli, cerchi di dire parole che forse risuonano incomprensibili in quell’inferno, cerchi di calmare. E se fossero solo altre onde ad increspare la superficie del mare forza 9? Osservi quel corpo che si agita la sotto, nel letto, sudato. Ecco l’acqua del mare. Il corpo nuota, cerca di approdare ad una riva e tu lo tieni fermo. Affogato?
Fuggire, vorresti solo fuggire. Scappare assieme, accompagnare quel corpo, correre lungo la spiaggia, all’asciutto, correre insieme sotto il sole, un sole che asciuga, sentire la sabbia che si solleva sotto i piedi, che bolina attorno le caviglie. Ma sono pareti di una piccola stanza in penombra a fare da freno ai desideri, il bip delle pompe che si sostituisce alle sirene del mare. Anche tu sei li, ma vorresti essere altrove. Prigionieri di un gioco delle parti.
Basterebbe un bolo, una piccola iniezione per dar pace a quel corpo, per far placare l’angoscia della mente, per dar pace ed ordine ai pensieri. Basterebbe poco. Voglia di mettersi in gioco, voglia di essere vicini ad un’anima che soffre, voglia di Esserci. Lanciare il salvagente, iniettare un poco di sedativo, contenzione alla sofferenza. Quando non bastano le favole ad addormentare può servire la carezza di molecole attive. La condivisione. E la vicinanza. O no?!
Essere medico
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Cosa significa essere medico? Qual’è il suo ruolo?! Me lo chiedo spesso ultimamente. Capita quando ti confronti con gli altri, quando ci parli, quando li vedi agire. Qual’è l’obiettivo del medico. Curare? Guarire?
Sembra di sì talvolta. “Cosa vuoi fare?” Capita che mi chiedano. “Le cure palliative” rispondo. E’ allora che vedo le labbra dipingere un ghigno di sufficienza e la bocca esclamare: “Ma come, così giovane… tanti anni di studio per poi non curare la gente!”.
Curare e guarire. Di nuovo. Non sei medico se non guarisci?
Allora, beh, mi spiace ma credo che ce ne siano pochi di medici a giro. No, non perché non siano capaci di guarire dalle malattie. Semplicemente perché poche sono le affezioni dalle quali si può guarire. Si curano le malattie infettive, la dove c’è un microrganismo responsabile che può essere sconfitto. Si possono raccomodare le ossa rotte, i traumi. Si può prevenire certo. Ma curare una volta che la malattia, il fattore eziologico ha colpito?! Mi guardo intorno e vedo solo tanti malati cronici: cardiopatici, scompensati, BPCO, cancri, neuropatici cronici, dementi, ecc…
Ecco cosa fa la medicina di oggi: allunga la vita. Ma riesce a guarire?! Le statistiche parlano sempre delle solite cause di morte. Si mettono toppe. Ma non si guarisce. Si allunga solo il tempo che ci separa dalla morte. Spesso riducendo in maniera sostanziale la qualità della vita. Basta vedere i nostri nonni.
Allora. Qual’è il ruolo del medico, se solo in casi sporadici riesce a guarire?! Certo provarci. Prevenire quando possibile. E nel mentre?!
Credo che prendersi cura delle persone sia il motore immobile di tutta la nostra attività. E prendersi cura non significa solo prescrivere farmaci ed accertamenti. Prendersi cura per me vuol dire provare ad Esserci, ad Accogliere. Un sorriso, l’ascolto attivo, perché no anche un abbraccio, commuoversi con la persona se qualcosa si smuove in noi, questo per me è anche essere medico. Per questo non credo che seguire il filone delle cure palliative sia gettare nel cesso 6 anni di medicina. Penso che impegnarsi per migliorare la qualità della vita delle persone sia un obiettivo della medicina, non peggiorarla. Credo che accompagnare le persone lungo il cammino della vita sia il ruolo sì del medico, ma prima di tutto dell’uomo. Ecco perché mi piacciono le cure palliative. Perché mi fanno sentire uomo.
Umano.


“Si chiama Mario, è un ex infermiere, un tipo tosto, gli piace gestirsi da sé”. Così il capo-sala (o coordinatore infermieristico, come li chiamano adesso) mi descrive un paziente che potrei vedere al day hospital oncologico, per via del dolore non controllato.
1 mese fa
