Filippo Canzani
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Articoli di Filippo Canzani
Misurare il dolore
0Quando anche spostare il segnalino della VAS su un numero della scala rappresenta l’affermazione di un problema. Il dolore c’è, qualcosa di indefinito e spesso indefinibile che attanaglia le membra. Sta li, cova ed ogni tanto graffia come un gatto che reclama il suo cibo. Strisca come un serpente e talvolta morde. Per paura, per orgoglio o forse solo perché questa è la sua entità. Dare un valore, un numero quantificabile, significa ammettere che il dolore c’è ed è forte. Significa dargli il valore della presenza. E’ come chiamarlo per nome. Avvicinarlo a sé. Troppo per alcuni. Meglio restare nel vago. Non presentarsi. Piacere Carlo. Piacere Dolore. No meglio un cenno e via. Cosa significa?! Vorrei avere le risposte, vorrei portare un aiuto, ma non posso. Combatto con i mezzi che la chimica offre. E spesso non bastano. Cerco di esserci. E’ sufficiente?!
Il primo giorno
0Posiziono con cura il timbro sopra il riquadro della ricetta rossa. Premo e come per magia il mio nome ed alcune sigle che dovrebbero accertare la mia identità sanitaria si stampano sul foglio di carta filigranata. Poi mi metto a scrivere incerto il contenuto della ricetta. Alzo la mano dal foglio e scopro che il bordo destro è tutto imbrattato di inchiostro. Così pure la mia mano.
Prima lezione imparata il primo giorno di ambulatorio: il timbro, mettilo dopo aver completato la ricetta, o almeno attendi che sia sufficientemente secco!
Alla fine l’inizio è arrivato. Ieri primo pomeriggio di ambulatorio. Sostituzione di un medico di famiglia, il così detto MMG.
Ero terrorizzato all’inizio. Ho accolto tremante il primo paziente come se lo accompagnassi a spasso per il pack polare. “Prego si accomodi” credo di avergli detto cercando di ripescare il fiato fuggito con queste poche parole, come un pescatore che recupera in fretta la lenza per non perdere l’esca.
Mi mette in mano l’esito di un’esame. Lo prendo, lo scarto con cura e me lo metto davanti. Comincio a leggere quei dati come uno archeologo che si trova davanti per la prima volta ad un murales dei tempi della pietra. Calma. Respira. Sono solo parole. Già. Parole. Ed il paziente dov’è? Lì davanti a me. Alzo la testa dal foglio. Lo guardo. Ha lunghi baffi che una volta dovevano essere stati bruni. La testa allungata ed affilata. Profonde rughe che non nascondono il suo lavoro all’aria aperta. In fondo sono in un paese di campagna.
Mi guarda aspettando un responso di qualche tipo. Gli sorrido. Mi sorride imbarazzato. L’archeologo guarda meglio il murales e capisce che i simboli che ha davanti sono una lingua a lui conosciuta. Così comincio a parlarci. Gli chiedo qualcosa sulla sua storia, così per rompere il ghiaccio, il perché mi porta quegli esami. Rompiamo il ghiaccio. Il pack si sta sciogliendo.
Parliamo.
Solo dopo qualche minuto riprendo in mano i foglio. Li scorro con lo sguardo. Sono i risultati di una gastroscopia. La leggo assieme a lui, traducendogli l’astruso linguaggio come un archeologo che interpreta i geroglifici per una platea in ascolto.
Continuiamo a parlare, cerco di ascoltarlo e di rassicurarlo per quanto abbiamo letto. Se ne va sorridendo, mi dice grazie per averlo ascoltato.
Penso che cose come TAC, esami di laboratorio, EMG, EEG, ECG, RMN, EGDS ed altre sigle di questo tenore siano importanti. Ma non possiamo, credo, nasconderci dietro a lastre e fogli di carta quando il paziente è seduto davanti a noi. Credo il medico debba essere come una spugna che assorbe. Fluido come il liquido che viene assorbito. Credo, in buona sostanza, che il primo passo per curare una persona, sia riuscire ad ascoltarla. Non sentirla con le orecchie, ma ascoltarla. L’ascolto non è una mera applicazione dei sensi, ma una tensione dell’animo. Condivisione. Con la giusta dose di distacco perché lui non è noi, benché si cerchi di compenetrarsi.
Insomma l’ascolto è un’alchimia! Quando si riesce ad applicarla, si ricava oro dalla sostanza grezza.
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Medici: la Nutrizione Artificiale è un trattamento medico specialistico
0“Secondo tutte le Società Scientifiche internazionali, la nutrizione artificiale è classificata come terapia non farmacologica sostituiva di una funzione, quella alimentare, parzialmente o totalmente, temporaneamente o definitivamente compromessa”.
Lo precisa, in riferimento al caso di Eluana Englaro ed al dibattito in corso alla Camera sul ddl relativo al Testamento biologico, il presidente della Federazione delle Società Italiane di Nutrizione (Fesin) Franco Contaldo.
Per essere attuata, rileva Contaldo, la nutrizione artificiale “richiede un team specialistico che deve comprendere un medico, un dietista, un infermiere, un farmacista specialista ed il consenso informato del paziente o un suo delegato“.
Il principio di autonomia, prosegue l’esperto, “obbliga al rispetto delle volontà del paziente, quindi a garantire l’attuazione delle cure tutte le volte che sono necessarie e che il paziente le accetta“.
Secondo Contaldo, dunque, “affermare che la nutrizione artificiale è una terapia è la vera tutela – quindi anche rispetto dei principi di cautela e precauzione evocati dal ministro Sacconi – per il paziente e per la sua libertà di affermare, nel rispetto delle leggi, la sua identità di persona ed il suo diritto alle cure mediche“.
Quindi, un auspicio: “Speriamo che i partiti politici italiani discutano e realizzino una legge sulle disposizioni anticipate di trattamento tenendo anche conto delle dichiarazioni degli addetti alla salute, che si sono espressi chiaramente sulla nutrizione artificiale anche nel nostro Paese attraverso le Società Scientifiche e gli Ordini Professionali, e che si sono anche confrontati su questo tema con associazioni di ammalati e rappresentative della società civile“.
Fonte: LaborCare <- ADUC Salute
Parole di troppo?
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Tra un test e l’altro sabato ho partecipato ad una lezione sulla donazione del sangue. Tutto tranquillo finché, dopo una relazione in merito all’anamnesi che il medico deve fare al donatore, parlando della psoriasi come causa di esclusione, una ragazza qualche fila dietro alla mia alza la mano per porre una domanda.
Ora non so se la cosa fosse voluta o meno, ma dalla bocca della ragazza, che poi scopro essere una dottoressa neolaureata come me, esce un tono di sfida misto a ostentazione di saccenza, col quale esclama: “Ma di psoriasi c’è anche quella da artrite!”, come a voler confutare lei quanto emanato da leggi ministeriali alle quali si spera abbiano lavorato per un po’ di tempo dei tecnici della materia. E per carità, mantenere una mente critica nei confronti dell’Istituzione va pure bene, ma in quel contesto era evidentemente non-sense!
La giovane dottoressina viene infatti zittita da una collega altrettanto giovane ma a quanto pare un po’ più elastica e la relazione continua. Fine della storia.
Mi chiedo però. Che senso aveva quell’intervento? Farsi belli per aver partecipato a qualche seminario sull’artrite psoriasica? O magari perché la dottoressina frequenta un qualche reparto di reumatologia o di dermato?! Perché quel tono “contro” chi stava parlando a noi ignoranti della materia? Perché doversi fare grandi, come un qualsiasi animale spaventato cerca di fare col suo nemico, piuttosto che intervenire gentilmente per chiarire quello che può essere un dubbio? Possibile che l’università non ci insegni ad apprendere, a stimolare il dialogo, quanto ad attaccare?
Davvero, alle volte mi pare che dal percorso formativo si impari solo a combattere o almeno a difendersi. Gladiatori nel Colosseo della medicina. Poveri animali impauriti che drizzano le piume. Difendersi o morire. Che stimoli possono essere questi per approcciarsi ad un paziente nel futuro prossimo?!
Il buco sbagliato
0Che sia una metafora della vita?!? Intanto un po’ di relax tra un test e l’altro per l’Esame di Stato….
1 mese fa
