Dediche

Se fosse…

0

Se fosse un mare sarebbe gli oceani
Se fosse terra sarebbe bosco e prati
Se fosse un monte sarebbe troppo alto
Se fosse cielo sarebbe ovunque
Se fosse un dio sarebbe per tutti
Se fosse fede sarebbe impossibile
Se fosse vento spazzerebbe via ogni dubbio
Se fosse guerra non esisterebbe
Se fosse pace sarebbe per sempre
Se fosse legge sarebbe morale
Se fosse popolo sarebbe umanità
Se fosse Uomo sarebbe me
Se fosse Donna sarebbe te

Perché se fosse Amore, sarebbe il nostro.

… Auguri …

Ad un paziente

1

Le vite si incontrano così per caso
talvolta una stanza di pareti arancioni
quasi un riflesso dei tuoi capelli ramati
ho bussato, permesso,
la rabbia soppesa il passato di una vita smagrita

Occhi protesi in cerca del mondo
ti gira attorno e non riesci a fermarlo
mi chiedi che sia, ti dico che pensi?

Gambe da elefante non sostengono
un corpo da esile pensatore, rifletti ad alta voce
passando la mano tra un linfonodo e l’altro
gonfi come mele mature attendono la caduta
la tua, assieme alla loro

Occhi protesi in cerca di sostegno
lo hai attorno e non riesci ad afferrarlo
mi chiedi che fare, la mia risposta un pappagallo.

Tua madre silenziosa raccoglie bende e amarezza
bofonchia incredulità mista a rabbia, protezione ed accuse reciproche
vi siete toccati, come due amanti privi di iniziativa
parlate un linguaggio che non dice, parole per il tempo che passa

Occhi protesi verso l’esterno
lo hai attorno ma non riesci a raggiungerlo
mi chiedi che fare, dovrei dirti di rinunciare.

Elenchi i problemi del giorno a memoria
scrivo la lista come fosse una spesa
tu guardi fuori io il tuo corpo
siamo due ciechi che fissano il vuoto
annotiamo le nostre considerazioni e nascondiamo i segreti

Occhi protesi verso l’ignoto
lo hai attorno e ne senti tutto il peso
mi chiedi cos’è. Oggi non ho voglia di rispondere.
Tanto hai capito.

Non avrò liste della spesa quando sarà il momento
non avrai elenchi da propormi
ci sarà solo silenzio.
Il nostro. E la presenza.

Lettera ad un Vucumprà

0

Vada (LI)
Agosto 2005

Taaw du roote
Ndianial wurus ndianial xaliis
Taaw du roote
Du ma ranian baay
Tedda ci sama laluu yaay be nago yiere
Io primogenita non porterò l’acqua dal pozzo
Con una corona d’oro e d’argento sul capo
Non porterò l’acqua dal pozzo.
Non partirò col buio della notte, papà
Rimango nel letto di mia mamma
fino a che il sole arriva a colazione

Sento ancora la tua voce baritonale uscire da quelle labbra scure, macchiate dai raggi del sole, sento il suono dei tamburi nelle tue parole, i ritmi di cieli lontanti, il battere di piedi sul terreno polveroso al suono di quelle percussioni. Immerso in questa melodia, al caldo di un cielo nascosto ascolto le tue storie di re, principi, griot, spiriti del deserto e animali agli albori del  mondo. Sono storie già lette, ma davvero, solo suonate dalla tua voce acquistano l’incanto proprio delle favole.
Sono storie che parlano della tua cultura, del tuo popolo, delle tue credenze. Parlano della fierezza della gente, delle virtù degli uomini, dei loro ideali, destini e speranze.
Mi inchino idealmente mio Re. Ti offro la mia sigaretta in cambio della tua riconoscenza.
Sono un vostro suddito sire. Le lacrime evaporano con questo caldo. No, non sto piangendo. I cacciatori della savana non piangono di fronte al proprio sovrano.
Poi mi volto. Là, al sole trovo i tuoi paramenti. Solo un’enorme borsa ripiena di vestiti sgargianti ad appesantire la tua schiena provata. Nessun portatore per te. Le tue braccia ti fanno da servi. Le tue gambe magre il tuo destriero. Non oro, non perle né ossa abbelliscono i tuoi abiti. Solo la polvere fine della spiaggia ricama giochi sulla tua maglia.
Re della mia fantasia, un mondo tanto potente quanto vigliacco ha incatenato i tuoi avi, imprigionato i tuoi genitori in un carcere di miseria e fustigato te e la tua famiglia di menzogne e false speranze.
Ma non credere alla mia libertà. Anch’io sono prigioniero come te. Certo, la mia prigione è più bella della tua. Ma la realtà che vediamo, quella che viviamo, è filtrata dalle ombre che le sbarre proiettano sul pavimento della forma. La sostanza, è il cielo oltre le mura. Secondini senza nome la tengono al riparo dai nostri sguardi curiosi.
Un giorno usciremo sai?! E’ solo questione di tempo. Mentre aspettiamo che ci restituiscano la chiave.  Grazie! Grazie davvero Barah. Grazie per le tue storie, per la tua presenza. Grazie per la tua calma. Per il tuo sorriso che, nonostante tutto, c’è.
Ciao.

Amico fragile

0

Evaporato in una nuvola rossa
in una delle molte feritoie della notte
con un bisogno d’attenzione e d’amore
troppo, “Se mi vuoi bene piangi”
per essere corrisposti, valeva la pena divertirvi le serate estive
con un semplicissimo, “Mi ricordo”
per osservarvi affittare un chilo d’erba
ai contadini in pensione e alle loro donne
e regalare a piene mani oceani
ed altre ed altre onde ai marinai in servizio
fino a scoprire ad uno ad uno i vostri nascondigli
senza rimpiangere la mia credulità;
perché già dalla prima trincea
ero più curioso di voi
ero molto più curioso di voi.

E poi sospeso tra i vostri “Come sta”
meravigliato da luoghi meno comuni e più feroci
tipo “Come ti senti amico, amico fragile,
se vuoi potrò occuparmi un’ora al mese di te”
“Lo sa che io ho perduto due figli”
“Signora lei è una donna piuttosto distratta”

E ancora ucciso dalla vostra cortesia
nell’ora in cui un mio sogno
ballerina di seconda fila,
agitava per chissà quale avvenire
il suo presente di seni enormi
e il suo cesareo fresco,
pensavo è bello che dove finiscono le mie dita debba in qualche modo incominciare una chitarra.

E poi seduto in mezzo ai vostri arrivederci,
mi sentivo meno stanco di voi
ero molto meno stanco di voi

Potevo stuzzicare i pantaloni della sconosciuta
fino a vederle spalancarsi la bocca
Potevo chiedere ad uno qualunque dei miei figli
di parlare ancora male e ad alta voce di me
Potevo barattare la mia chitarra e il suo elmo
con una scatola di legno che dicesse perderemo
Potevo chiedervi come si chiama il vostro cane
il mio è un po’ di tempo che si chiama Libero
Potevo assumere un cannibale al giorno
per farmi insegnare la mia distanza dalle stelle
Potevo attraversare litri e litri di corallo
per raggiungere un posto che si chiamasse arrivederci.

E mai che mi sia venuto in mente,
di essere più ubriaco di voi
di essere molto più ubriaco di voi.

F. De André

[A te. L'unico amico fragile.]

Cos’è cambiato

0

Ricordi i giochi al mare
Gli scherzi d’estate
Avevamo pochi anni
Corte gambe sulla sabbia.

Cos’è cambiato angelo?
Il tempo ha portato
La tristezza sul tuo viso.

Ricordi il sole caldo
La barca, i seni al vento
Le vele bianche in bolina
Cono d’ombra sulla pelle.

Cos’è cambiato angelo?
Perché le tue carezze
Sono lama fredda sul braccio?

Ricordi il chiaro sorriso
Speranza e tormento
Giochi di donna, sguardi e parole.
Malizia e piacere.

Cos’è cambiato angelo?
Non è sangue d’amore
Quel che macchia il divano.

Ricordi le feste in casa
la musica forte
scalze sulla moquette
a ridere di un lui.

Cos’è cambiato angelo?
Perché balli da sola
questa danza di morte?

Perché scavi il corpo
in cerca di un’anima?
Non vedi che il male
ti avvolge più stretta?
Non senti che il peso
ti priva del respiro?

Sfila quel coltello angelo
Guarisci le ferite e asciuga il sangue.
Viviamo altri ricordi.
C’è tutto il tempo del mondo.
Torna a sentire il delicato tocco
delle carezze dello spirito.
Sentirai brividi di piacere sulla pelle.
E caldo. Il caldo del sole.

[A te che passi...]

Torna all'inizio