Naldaariah
Un amore nella natura
0Lothlorien, in una notte di luna pienda dell’anno 1.502…
Lindir sapeva che il sentimento crescente che stava provando fosse amore.
Dalla prima volta che la vide, bellissima, stella luminosa nel buio della notte, davanti al Palazzo di Cristallo di Lothlorien, Lindir aveva provato un moto nel petto. Un mare in tempesta smuoveva il suo cuore, le onde lo cullavano su e giù secondo un tempo ripetitivo scandito dal ritmo del vento. E, come una barca senza timone, i flutti di un simile sentimento trasportavano l’elfo verso ignoti destini.
Ogni volta che il destino tramava a che si incontrassero, i suoi occhi non avevano l’ardire di incrociare il femmineo sguardo. Quegli occhi azzuro-verdi, cangianti d’arcobaleno ad ogni movimento del capo, riuscivano a trapassarlo come neppure la freccia scagliata dal miglior arco elfico sarebbe riuscita a fare.
Era stato difficile per il Re elfo manifestare i propri sentimenti ad Ailinel, questo era ed è il nome dell’elfa. Nonostante la raffinatezza e sensibilità dell’elfo lo rendessero avvezzo nel comprendere i moti dell’animo, egli rimaneva pietrificato di fronte alla grazia della creatura.
Poche parole vennero così affidate all’aria che separava i due corpi sinuosi. Nonostante la sua mente negasse, il suo istinto di domatore leggeva negli occhi dell’elfa un reciproco sentimento. Ed un bacio fu quindi la miglior spiegazione che le potesse dare. Quelle erano parole dettate dal cuore. Parole che tutti comprendono.

I giorni passavano e Lindir sentiva crescere dentro un tal sentimento d’Amore nei confronti di Ailinel. Lo coltivava lasciandolo espandere, crescere, aumentare come una chioccia fa col proprio uovo, lo teneva al caldo del proprio petto, al sicuro, per poi lasciarlo esplodere quando il corpo dell’elfa lo richiamava con la propria energia magnetica. Dividevano quell’ardore da giovani amanti, privandosi ognuno di una parte di sé per donarla all’altro, in uno scambievole gioco di anime disperse nel mare dell’ebbrezza.
Quel che Lindir sentiva, ne era certo, era destinato a durare. Era un sentimento puro, destinato a rinnovarsi nella lunga corsa del tempo. Anche per questo sentiva il bisogno di incorniciare il proprio amore, di renderlo ancor più degno di esser vissuto, forse nel vano tentativo, tipico di una comunque mente mortale, di apprezzarlo come maggiormente materiale, palpabile. Lindir voleva sposarsi con Ailinel, voleva condividere con l’elfa le albe ed i tramonti che li avrebbero attesi, voleva che ella divenisse sua moglie. La moglie del Re.
Fu in uno splendido pomeriggio di sole che, mentre muovevano gli zoccoli dei propri cavalli lungo una radura nella foresta, si imbatterono in uno splendido casolare. Chi fosse stato a costruirlo era ignoto ai due, ma sicuramente quella casa rappresentava il frutto di un magnifico impegno congiunto di fabbri, artigiani e falegnami. Le travi ben levigate ne costituivano le pareti portanti, sulle quali edera ed altri rampicanti profumati scivolavano pendenti, come cascate che sgorgano da profonde incisure nella roccia.
Lì i due elfi, ebbri di tanto materiale splendore e della comune scoperta, cominciarono scherzosamente a far progetti di vita assieme, pensando a come potessero essere gli interni di quell’abitazione, a come avrebbero potuto arredarla, suddividere le stanze.

Fu proprio da un gioco che nacque, come spesso succede, la seria proposta di matrimonio del Re elfico nei confronti della splendida elfa dagli occhi azzurri.
“Ailinel…..” cominciò Lindir titubante, facendosi serio in volto.
“Sì?” Disse innocentemente l’elfa.
“Ho una cosa da chiederti” disse prendendo pian piano sicurezza l’elfo.
“Che cosa?”.
“Tu…” – guardandola negli occhi chiari – “vorresti sposarmi?”.
“Sì” rispose semplicemente Ailinel, mentre un sorriso colmo di felicità cominciò ad inclinare gli angoli della bocca verso l’alto, facendo sortire sulla pelle quelle piccole fossette che Lindir amava tanto. I due amanti si unirono in un tenero abbraccio silenzioso. Era altro a parlare in quel momento così importante per il futuro dei due. Erano le loro anime che parlavano. Erano parole d’amore quelle che si scambiavano.
Lindir sussurrò piano al vicino orecchio dell’elfa: “E sia dunque!”.
I giorni passano….
Ferito e indolenzito per lo scontro appena perso contro una strana creatura dalle sembianze di un Gargoyle, ma che doveva trattarsi di una oscura magia da necromante, Lindir si diresse verso la propria abitazione. Non entrò subito ma deviò verso la scogliera vicina per immergersi in mare. Non voleva entrare in casa con le evidenti ferite ancora sanguinanti. Se Ailinel fosse stata lì si sarebbe sicuramente preoccupata. E tutto voleva tranne oscurare la gioia dell’amata prima delle nozze. Erano giorni frenetici di preparativi e l’elfa sembrava ancor più radiosa del solito.
Così si spogliò e si immerse in mare. Le ferite bruciavano al contatto con la fredda acqua salmastra. Ma sapeva che quel bruciore epurava le lacerazioni da eventuali particole lasciate da quel mostro. Quando si sentì meglio uscì dal mare e si asciugò con quel che rimaneva della camicia. Si mise addosso la lunga veste regale e si diresse verso casa.
Il sole stava per accingersi a compiere l’ennesima migrazione verso quel nulla che viene nascosto dalla linea dell’orizzonte ed il cielo, triste per l’allontanamento, si stava tingendo di meravigliose sfumature rossastre.
Aprì la porta di casa e vide la sua amata seduta su di una sedia, chinata verso uno dei bauli della sala, con una stoffa biancastra che ne sporgeva. Appena sentì i passi del bardo Ailinel mise via tutto e chiuse il baule con la sola forza del pensiero, in quanto Lindir la vide solamente alzarsi e portare le braccia verso di lui. Il resto accadeva alle sue spalle solo grazie alla magica volontà dell’elfa.
Lindir sorrise. Sapeva che Ailinel aveva provato le vesti nuziali. Probabilmente aveva deciso quale indossare e voleva serbarla in segreto fino al giorno del matrimonio. Fece quindi finta di nulla e andò verso l’elfa per abbracciarla.
Il contatto con l’amata fu corroborante, benché la stretta provocò un vivo dolore al costato ferito del bardo.
“Cos’hai?” chiese Ailinel stupita della reazione dell’amato.
“Mmmh…. nu.. nulla! Solo un piccolo dolore improvviso… niente di preoccupante!” rispose Lindir indicando la zona dolente.
Ailinel andò subito con la mano a toccare la zona indicata e nuovamente il bardò sussultò colpito da una fitta.
“Ma come piccolo dolore! Questo è dolore! Che ti è successo?” disse Ailinel con aria sagace.
“N.. niente sarà qualcosa di passeggero! Succede…. abbracciami dai!” tentò di dissimulare Lindir.
“Signor Re! Chi credi di prendere in giro?” disse con un tono misto tra ordine e vezzeggio. “Togliti questa veste e fammi vedere!”.
Lindir sapeva che poco avrebbe potuto ancora dire. Ailinel si era messa in testa di controllare cosa avesse l’amato e poco c’era da fare se non assecondrne il desiderio. Ignorando le proprie reticenze si tolse quindi la veste per lasciare poco spazio al dubbio. Erano evidenti le ferite sul torace. Lindir fu costretto a raccontarle tutto. Non voleva farla impensierire ulteriormente, ma del resto neppure voleva mentirle, tanto più che quell’attacco poteva costituire una minaccia per la Comunità stessa.
Quando finì di parlare Ailinel lo prese gentilmente per mano e lo portò in camera da letto dove gli disse di distendersi supino. Andò alla credenza e ne estrasse una piccola scatoletta. La aprì e infilò le dita dentro, estrendone una puzzolente sostanza gelatinosa. Si sedette sul letto, accanto a Lindir, e cominciò a spalmare quella mistura sul torace ferito dell’amato.
Lindir, passate le prime fitte di dolore, cominciò subito a sentire l’effetto benefico della sostanza. Sentiva anche il calore della mano longilinea che gli sfregava il torace. Quel calore si diffondeva lentamente in tutto il corpo. Si sentì spinto da una nuova energia, nella quale gli piacque perdersi. Afferrò con decisione il polso di Ailinel e la trasse a sé.
“Che fai?” disse lei stupita.
La risposta fu un bacio. Un bacio lungo, languido ed appassionato. Le loro lingue si toccavano, guizzavano impetuose, avvolgendosi l’una all’altra per poi ritrarsi e riincontrarsi nuovamente. Ancora ed ancora… Le loro mani studiavano attente il corpo l’uno dell’altra, sondandone ogni piega. Le vesti cominciarono a scivolare dai loro corpi e poi ancor più giù dal letto fino a posarsi a terra.
Il sopravanzare della notte che incedeva fece da scenografia a quel loro lungo amore.
Sudati ed ansimanti si ritrovarono al buio, l’uno sull’altra, pazzi d’amore, incredibilmente felici. Si sentivano in pace con se stessi, in pace con tutti gli esseri del modno, si sentivano appieno parte di quella natura che circondava la loro casa, euforici nel sentirsi appagati, gioiosi per l’atto appena consumato.
E c’era anche qualcos’altro. Una strana sensazione. La sensazione di un evento imprtante che si è realizzato. Lindir sentiva di aver trasmesso ad Ailinel una parte di sé. Sorrise, pur non comprendendo quel sentore.
Fece un profondo respiro e baciò la guancia dell’elfa che si era addormentata con la testa sulla sua spalla. I capelli, sparsi in modo casuale in tutta la loro lunghezza sul torace, riflettevano quel po’ di luce azzurrognola che filtrava dalla finestra, creando un caleidoscopico gioco di luci in cui Lindir cominciò a perdersi con aria sognante.
Chiuse lentamente gli occhi e si addormetò.
Lindir. Le origini
0Il corpo, mollemente abbandonato sul prato, sognava avventure irreali quando un vento leggero cominciò a smuovere i ciuffi d’erba attorno all’elfo.
Uno di questi cominciò a carezzargli ripetutamente l’orecchio, muovendosi al ritmo di quella forza invisibile.
Lindir, questo era il nome dell’elfo, si svegliò di soprassalto, portandosi d’istinto la mano veloce all’orecchio, per scansare la fonte del disturbo.
Si accorse che si trattava di un mite ciuffo d’erba. Sorrise.
Stropicciò gli occhi, accorgendosi che il sole stava tramontando oltre le colline a nord est, e si alzò a sedere. La giornata stava per concludersi.
L’aria era calda, ma non afosa. Il cielo appariva ancora luminoso e le sfumature di rosa-azzurro coccolavano il suo sguardo affascinato.
Saggiando l’erba col palmo delle mani, Lindir si ricordò di quando sua madre usava fargli il solletico sul petto, da piccolo, con i ciuffi di lavanda.
Da molti anni oramai i suoi genitori erano venuti meno. I robusti fili delle loro elfiche vite erano stati tagliati dalle divine entità della Natura. Ma il loro ricordo li faceva sopravvivere nella mente del giovane elfo.
Sua madre, Ilyalisse, era sempre stata dolce e premurosa con lui.
Quando tornava dai pascoli la trovava in casa a lavorare all’arcolaio, ad intrecciare fili di rara preziosità tra le microscopiche maglie di diverse stoffe. Con puntigliosa accuratezza riusciva a creare sinuose figure grazie alla fervida immaginazione di cui era dotata.
Immaginazione che sfruttava anche per inventare storie al figlio. Ogni giorno, mentre lo lavava, inventava nuove affascinanti novelle per intrattenere la creatura di cui si prendeva cura.
Amava anche dipingere sua madre, per lo più volti di nobili elfe.
Aveva il dono dell’osservazione. Sapeva notare i più piccoli particolari, i caratteri salienti di un volto, di una persona più in generale, ed elaborarli a proprio vantaggio per esaltare o smorzare le rappresentazioni che ne faceva.
Lindir ricordava in particolare un dipinto che lei aveva realizzato. Raffigurava il volto di una giovane elfa. Aveva fini occhi di un azzurro incredibilmente chiaro, incorniciati tra due palpebre rosee, con lunghe ciglia scure. Sembravano zaffiri incastonati in sottili lastre di quarzo rosa. Il naso, sottile e leggermente allungato, terminava con una punta piccola rivolta verso l’alto, come per scrutare curiosamente il cielo. Divideva il volto in due metà apparentemente identiche. Le labbra, carnose, di un rosso scuro, erano piegate ai margini in un sorriso di inesprimibile incanto.
Lindir non sapeva a chi appartenesse quel volto e sua madre non volle mai sciogliere quel mistero. Portò via con sé quel segreto alla morte.
Per quanto ne sapeva era comunque l’unico mistero che tenne per il figlio.
Spesso andavano assieme, al pomeriggio, in giro per la foresta. Sua madre gli mostrava molte piante dall’aspetto diverso. Gli spiegava l’origine, le abitudini, il perché dei diversi colori e forma delle foglie. Sapeva inoltre ricavare da molte di esse infusi o misture dalle più svariate capacità.
Al mattino Lindir andava invece con suo padre, Edenemer, al pascolo.
Gli piaceva molto vedere la mandria di animali seguire il rumore del robusto e grezzo bastone di suo padre.
Edenemer era un elfo taciturno, abituato più a stare con gli animali che con altri elfi. Era solito passare lunghi momenti in silenzio, assorto in una specie di trance meditativa. Anche a tavola, mentre si discuteva, sembrava stare in disparte, taciturno, ma con l’aria attenta di chi scruta la situazione dall’alto. Salvo poi aprire bocca per emettere parole di incredibile giustezza. O almeno così sembrava al giovane Lindir.
Era incredibile come il suo carattere ombroso lo rendesse particolarmente affine a trovare una giusta sintonia col mondo animale. Non c’era bestia che non subisse il fascino carismatico di quell’elfo. Gli animali seguivano il passo di Edenemer al pascolo, ma sembrava che ubbidissero più ad un sodalizio mistico, instauratosi in tempi arcani, piuttosto che ad un istinto animale.
Il giovane Lindir subiva egli stesso questa sorta di fascinazione. Amava stare appresso a suo padre al pascolo. Era una preziosa fonte di conoscenza.
Pian piano aveva appreso da lui le più fini nozioni sul mondo animale. Era in grado di distinguere che animale fosse passato guardando e sapendo dove cercare le impronte, un uccello in volo dalla sagoma che si stagliava in cielo e dal richiamo che esso emetteva.
La meraviglia si dipinse in lui quando, avendo pochi giorni prima trovato a terra uno strumento fatto di semplici canne di lunghezza diversa, notò che suonandolo gli animali parevano distrarsi.
Man man mano che prendeva familiarità con quello strumento, notava come gli animali gli si facessero appresso, come se rimanessero incantati da quelle melodie.
Di tempo ne era passato da allora.
Adesso le veloci dita di Lindir riuscivano ad incantare con la musica ben più di una pecora. Grazie all’uso accorto delle note, la sua musica diveniva una potente arma a sua disposizione.
Lindir si distrasse dai ricordi della sua infanzia. Un’altra giornata stava per terminare.
Si alzò da terra, prese la borsa, controllò che il suo liuto fosse sempre lì dove lo aveva riposto poco dopo il pasto, e salì in groppa al suo fedele Liuth.
Si allontanò dondolando al ritmo del passo equino e della propria melodia, diretto verso il tramonto.
Le fate del mana
0
- C’era un tempo, ricordo, in cui le fate volavano libere per Naldaariah. Stavano in luoghi isolati, certo, ma comunque non troppo lontani dai villaggi – stava raccontando il vecchio Roland McGarrow, seduto sul pesante scranno in legno, fumando la pipa – Ricordo ancora quelle che stavano nei pressi della Foresta degli Abeti, lungo la direttrice per Limpia.
- E com’erano nonno? – chiese il nipotino Jhoshua che lo ascoltava accoccolato sul pavimento di terra battuta, le ginocchia alte a reggere il mento e le braccia avvolte a tenere assieme le gambe.
- Oh, erano bellissime! Avevano dei corpi di un fascino incredibile. Nude, dalla pelle giovane e tesa, cosce tornite e dei sen…
- Papà! – lo interruppe apprensiva la figlia Jasmine che, poco lontano, riponeva le vettovaglie della cena in una vecchia cassa scheggiata – non davanti a Jhoshua, per favore!
Il giovane ragazzo rideva davanti alla figura smagrita, ma sempre imponente, del burbero nonno.
- Oh per tutti i demoni Jasmine! Presto anche Jhoshua sarà un uomo, ed è bene che impari a comprendere quali siano le cose belle della vita!
Risero tutti quanti nella piccola stanza di legno, riscaldata dal calore del focolare.
- Allora Jhoshua – riprese l’anziano uomo con tono scherzoso – visto che tua madre vuol fare di te una donnicciola non ti dirò altro dei loro corpi di ragazze!
Risero entrambi, mentre Jasmine riprendeva il suo lavoro.
- Ricordo invece un altro particolare… Le ali! Avevano delle ali meravigliose! Argentate. Ricordavano le scaglie argentee di alcuni pesci quando li osservi sotto il sole del mezzodì! Ah.. che spettacolo magnifico!
Ti sentivi impotente di fronte a tanta grazia e bellezza!
Il vecchio sospirò con lo sguardo perso verso le fiamme schioppettanti del fuoco. Tirò a fondo dalla lunga pipa in legno inciso e sbuffò una nube di fumo profumata.
Jhoshua sentì in quel fumo odore di legna, vaniglia e vinforte. Era un odore che a lui piaceva. Da grande anche lui avrebbe voluto avere una pipa da poter fumare.
- E come mai adesso non si trovano più le fate, nonno?
- Oh.. Beh Jhoshua, devi sapere una cosa – il vecchio fece un altro tiro dalla pipa – Tu sai da dove vengono le Fate del Mana e come mai hanno questo nome?
Il piccolo, spostando il peso del corpo sul gluteo destro per veder meglio il viso del nonno, scosse la testa in cenno di diniego.
- Ebbene quelle splendide creature derivano dall’intelletto umano stesso!
Jhoshua guardò stupito il nonno.
- Vi fu un tempo – continuò Roland – in cui un mago dell’Università di Limpia cercò di appropriarsi del potere degli altri maghi. Si chiamava…
Il vecchio aspirò dalla pipa prendendo tempo. La sua memoria cominciava a vacillare. Quel tempo gli era utile per concentrarsi sui ricordi. Scavò a fondo nella memoria, lo sguardo fisso oltre la coltre del fumo che espirava dalla bocca.
- Daniel. Si chiamava Daniel Silver!
Roland guardò sorridendo di soddisfazione il nipote ai suoi piedi. Aveva vinto quella piccola sfida con la sua memoria!
- Ebbene questo Daniel voleva impadronirsi del potere etereo degli altri maghi di Naldaariah. Si narra che avesse trovato in alcuni vecchi libri un sortilegio per cogliere ed imprigionare l’impalpabile potere della magia in una forma fisica nuova. Il Mana è l’espressione dell’energia intellettuale dei maghi. Ciò che permette loro di richiamare forza ed energia per i loro incantesimi. Mi segui Jhoshua?
Il piccolo guardava affascinato e concentrato il nonno. Seguiva attentamente le parole dell’anziano familiare cercando di non lasciarsi sfuggire alcun concetto, come un assetato che, trovata una fonte d’acqua nel deserto, ne riempie la fiasca stando attento a non lasciar cadere alcuna goccia.
- Si nonno. Va’ avanti – rispose impaziente.
- Bene. Dunque ti dicevo questo Daniel voleva estirpare dai maghi la loro energia, ed imprigionarla in una forma diversa. Quale forma non gli era dato sapere. Le pagine del libro erano strappate alla fine. Il mago pensò che valesse comunque la pena tentare. La sua smania di potere era tanta. Troppa per far sì che un dubbio potesse limitarne l’inventiva.
Passò anni ad apprendere gli intimi segreti di quel sortilegio, viaggiando per Naldaariah alla ricerca degli ingredienti necessari realizzarlo.
Quando si sentì pronto, attese il Gran Convegno di Magia che a quei tempi si teneva annualmente in un piccolo villaggio di campagna, nei pressi di Limpia.
Là portò a termine il proprio piano.
Fingendo di esporre alla comunità presente una nuova magia di cura, invocò quel potere sconosciuto ai più.
“Forze della terra e del cielo
Squarciate dell’incoscienza il velo
Forze dell’acqua e del fuoco
Venite a me, non di poco!”
Cominciò a recitare Daniel, proseguendo il mantra con parole chiare e forti che tutti poterono udire distintamente.
Quando pochi anziani compresero l’entità di quel che Daniel stava invocando a sé era ormai troppo tardi.
Si narra che il cielo fosse divenuto nero come la notte. Enormi nuvole di un viola plumbeo turbinavano come un ciclone sopra il villaggio.
Roland mimava il moto delle masse nuvolose con le mani in alto sopra la testa. Il piccolo seguiva quei convulsi movimenti immaginandosi la scena.
Vedeva nella sua mente schiere di barbuti uomini stupiti e spaventati ad osservare quel cielo livido di cattivi presagi mutarsi sopra di loro. Poteva udire il rumore del vento che accompagnava quei cambiamenti come una musica imperiosa accompagna la danza infervorata dei ballerini.
- Tuoni e fulmini – continuò il vecchio – eseguivano il loro spettacolo in cielo distraendo ancor più i maghi dal mantra che Daniel continuava a recitare.
D’improvviso il vento cessò. Il ciclone di nubi si aprì come l’occhio di un dormiente svegliato da un rumore improvviso. Una forte luce purpurea pervase tutta la zona dove i maghi, sempre più incerti e spaventati, erano radunati.
Alcuni cominciarono ad allontanarsi, altri a fuggire. Ma a poco valsero quei tardi tentativi di salvezza.
- Jhoshua, non è ora di andare a dormire? – Li interruppe improvvisamente Jasmine che da un po’ di tempo si era portata alle spalle del figlio per ascoltare meglio la storia.
- Suvvia Jasmine, lascia un po’ in pace tuo figlio – sbottò il vecchio guardando intensamente la figlia.
- Dai mamma – fece eco il piccolo, reclinando in dietro il capo per vedere la madre – lasciami ascoltare la storia ancora un poco! Per favore!
- Sentito Jasmine? Il ragazzo ha brama di conoscenza! – sorrise soddisfatto Roland – Perché invece di startene lì imbronciata non ti metti anche tu qui con tuo figlio?
- Uff… e va bene.. ma solo per un poco! – sbuffò Jasmine.
Prese una sedia poco distante e si mise seduta, rivolta in parte verso l’anziano padre, in parte verso il figlio.
- Dai nonno, continua! – lo esortò Jhoshua.
Il vecchio riprese il suo racconto, dopo aver dato un altro profondo tiro di pipa.
- Stavo dicendo di come molti dei maghi presenti cominciarono a fuggire. Ma era ormai troppo tardi. Il mantra magico era al termine. Dall’occhio di nubi che si era aperto nel cielo sortirono baluginanti fulmini, lampi di luce e rumore roboante.
Chi aveva assistito raccontava di un incredibile magnetismo che sembrò calare su di loro. Più in generale su tutta la zona. I maghi cominciarono a sentire come una forza invisibile che sradicava dai loro corpi, dalle loro menti, parte dell’intelletto che costituiva la loro forza.
L’incantesimo stava facendo effetto!
- Come i turbini di aria quando sollevano persone e cose, nonno? – lo interruppe Jhoshua.
Il vecchio sorrise.
- Quasi. La forza che privò quegli uomini del loro potere, era qualcosa di invisibile e fine. Straordinariamente fine, come un cerusico che tenta di sfilare una scheggia dalla carne senza strappare i tessuti circostanti. Risparmiava i corpi, mentre lavorava sulla loro parte invisibile, il loro intelletto. Capisci?
- Sì, nonno – ammise Jhoshua.
- Dai papà vai avanti – lo esortò Jasmine.
Il vecchio la guardò sorridendo, poi riprese.
- Le nubi cominciarono a diradarsi, il vento smise di fischiare. Il cielo tornò pulito. Ma alla chiarezza che andava ripristinandosi in cielo, non corrispondeva altrettanto a terra. La comunità di maghi era spossata. Molti di loro erano abbandonati a terra o sulle seggiole che avevano precedentemente accolto il loro corpo vigile.
- E Daniel? Cosa ne era di lui?
- Oh… impaziente ragazzo! Daniel era li davanti a tutti, le bracci ancora protese verso il cielo, immobilizzate nel gesto d’invocazione!
Il vecchio mimava sempre con le braccia i gesti che andava descrivendo a parole.
- Non passò molto tempo che improvvisi lampi di luce cominciarono a circondare la zona. Tutti i maghi ancora intontiti, lo stesso Daniel, guardarono con una certa apprensione questo nuovo evento.
Da quelle luci cominciarono a materializzarsi delle forme. Sagome mai viste. Quelle ombre nate dalle luci divennero via via più chiare, riconoscibili.
Erano corpi. Corpi di giovani donne.
Non solo! A ben guardare alle spalle di quelle ragazze si potevano scorgere altre linee. Che presto presero a muoversi freneticamente. Erano… – il vecchio fece una pausa spostando lo sguardo dal nipote alla figlia e viceversa.
- Cos’erano? – intervennero quasi all’unisono i due attenti ascoltatori.
- Ali! – esclamò Roland d’improvviso – Erano ali. Magnifiche, grandi ali argentee sbucavano dal solco che le due scapole scavano tra loro, seguendo il decorso della spina dorsale.
Roland seguiva con le dita il decorso dei lineamenti che andava descrivendo, come toccasse la schiena di un corpo invisibile.
- Erano fate! – intervenne il piccolo Jhoshua.
- Esatto – confermò Roland, sporgendosi leggermente in avanti per guardare intensamente negli occhi il nipote.
- Quelle forme, di cui parlava il libro di incantesimi che Daniel aveva trovato, erano proprio fate!
Quegli esseri meravigliosi racchiudevano l’energia intellettiva sottratta ai maghi. Si può dire in un certo senso che fossero l’espressione dell’intelletto di parte dell’umanità. Ecco il perché del loro nome. Le Fate del Mana!
Jasmine ed il figlio guardavano stupefatti il vecchio uomo seduto sulla grande sedia in legno. Non avevano mai saputo nulla al riguardo di quelle apparentemente delicate fanciulle che svolazzavano amabili sui prati.
- Le fate sono il frutto della magia. Esse stesse sono magia. Ed energia mentale. La stessa energia che utilizzano talvolta per difesa, è alimentata dal potere che le ha generate e genera in continuazione. Capite?
- Sì – risposero madre e figlio.
- E.. cosa ne fu del crudele Daniel, nonno? – chiese Jhoshua con curiosità.
- Poco si sa di cosa fu di lui dopo quell’episodio. Si racconta che Daniel fosse riuscito a fuggire poco dopo l’invocazione, visto che non poteva immediatamente servirsi del potere che aveva generato. Alcuni dicono si sia ritirato per studiare un modo per appropriarsi del potere delle fate, altri che sia semplicemente morto, dopo una vecchiaia passata a riflettere sulla scelleratezza del proprio gesto. Certo è che, qualsiasi destino lo abbia atteso dopo quel giorno, deve essere stato un cammino di solitudine quello che ha intrapreso, reietto e bandito dalla comunità degli Uomini.
- Quindi non è riuscito ad impossessarsi del potere sottratto ai maghi!
- No Jhoshua. Come possiamo constatare quotidianamente, le fate conservano ancora il loro splendore, pari solo al loro mite potere. Il potere dell’intelletto!
- E allora perché – intervenne Jasmine – le fate si stanno allontanando dalle zone che da anni hanno popolato?
- Non lo capite? – chiese pleonastico Roland, guardando i suoi familiari.
- Viviamo in un mondo dove l’intelligenza umana sempre più pare andar perduta nelle nuove generazioni. Guardate la maggioranza dei maghi che passano per la capitale! Sembrano cacciatori intenti a mirare la balestra solo per ricavare pelli di mostri o altri elementi. Mercanti dell’ingegno, più che fini studiosi, maestri nella parola tanto quanto un bravo teatrante, piuttosto che raffinati gestori degli eterei elementi! Datemi retta… quelli che si vedono oggi, sono sempre meno degni del nome di .. Mago!
Le fate del mana si allontanano tanto quanto si allontana l’intelligenza dagli uomini. Intelligenza e cultura vanno di pari passo. Le fate da sempre sono state un indicatore per gli uomini. Oggi abbiamo perso la capacità di vedere. E le fate fuggono.
Non è più tempo per quelle creature meravigliose. Sembra che il tempo sia a disposizione solo e soltanto per accaparrare quante più risorse possibili.
L’umanità si sta inaridendo come un torrente al sole estivo. E le fate con essa!
- Jhoshua, tu sei ancora giovane – continuava Roland, rivolto al nipote – non dimenticare mai il potere che racchiudi nella testa, nel tuo spirito. Studia, sii curioso, poni sempre domande, applicati con costanza affinché il potere della cultura e dell’intelligenza sia perpetrato tra le genti. Dà sempre il tuo contributo affinché le fate non si allontanino dai popoli. Perché, allora, sarà la fine di tutti noi!
Il piccolo guardava con fascino e lieve incomprensione il nonno, mentre il fuoco andava spegnendosi lasciando fumo odoroso a manifestare gli ultimi singulti del caldo esercizio.
- Su adesso va a letto che altrimenti tua madre se la prende con me! – sorrise Roland aspirando profondamente l’ultimo tiro di pipa.
Dalla coltre di fumo che emise espirando, vide i due familiari alzarsi dalle rispettive posizioni.
- Buonanotte – gli augurarono la figlia ed il nipote.
- Buonanotte a voi miei cari! – rispose salutando con un gesto della mano.
Roland andò verso quel che rimaneva del fuoco e vi svuotò il carbonizzato contenuto della pipa.
Alzò lo sguardo verso la finestra. Fuori, nel prato buio illuminato dai raggi della luna, riconobbe le sagome danzanti delle fate. Sorrise e si voltò per andare verso la stanza da letto.
Pensò al giorno in cui Daniel privò i maghi del loro potere. Pensò alla nascita delle fate. Pensò a quelle leggende.
Per altri. Perché per lui erano ricordi! Di molto, molto tempo prima.
1 mese fa
