Pensieri

Solo coi propri demoni

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Demoni mordono la pancia, sbranano le membra, scolpiscono la mente con scalpelli arrugginiti, incidono la pelle del viso, sgretolano le ossa con mani di tenaglia. Il corpo si agita convulso, non trova pace, la mente tenta di fuggire, il pensiero barrisce sollevando una proboscide di incomprensione, galoppa al ritmo forsennato del cuore, ma viene catturato da reti di languore e torna al presente; cerca di fuggire e viene ripescato; boccheggia il pensiero. Come un tuffatore le braccia protendono verso il vuoto dell’ignoto, tentano di afferrare un appiglio immaginario, un punto fermo nel mare in tempesta del dolore. Distress, delirio agitato lo chiamano. Tentativo di fuggire, liberarsi dalla prigione? Tentativo di andare oltre, altrove?

Impotente tieni ferme quelle braccia, cerchi di essere delicato nel tocco, non una catena, ma una carezza decisa. Tentacoli di flebo costringono a non estenderle quelle braccia. Le maglie della rete. Parli, cerchi di dire parole che forse risuonano incomprensibili in quell’inferno, cerchi di calmare. E se fossero solo altre onde ad increspare la superficie del mare forza 9? Osservi quel corpo che si agita la sotto, nel letto, sudato. Ecco l’acqua del mare. Il corpo nuota, cerca di approdare ad una riva e tu lo tieni fermo. Affogato?

Fuggire, vorresti solo fuggire. Scappare assieme, accompagnare quel corpo, correre lungo la spiaggia, all’asciutto, correre insieme sotto il sole, un sole che asciuga, sentire la sabbia che si solleva sotto i piedi, che bolina attorno le caviglie. Ma sono pareti di una piccola stanza in penombra a fare da freno ai desideri, il bip delle pompe che si sostituisce alle sirene del mare. Anche tu sei li, ma vorresti essere altrove. Prigionieri di un gioco delle parti.

Basterebbe un bolo, una piccola iniezione per dar pace a quel corpo, per far placare l’angoscia della mente, per dar pace ed ordine ai pensieri. Basterebbe poco. Voglia di mettersi in gioco, voglia di essere vicini ad un’anima che soffre, voglia di Esserci. Lanciare il salvagente, iniettare un poco di sedativo, contenzione alla sofferenza. Quando non bastano le favole ad addormentare può servire la carezza di molecole attive. La condivisione. E la vicinanza. O no?!

Good bye 2009

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Ciao 2009.
Sei stato un anno strano, ricco di cambiamenti, cose nuove, cose belle e meno belle. Insomma una parte di questa vita, come tutti gli altri anni, messi nella cantina dei ricordi. No, non voglio sminuirti, rispetto agli altri anni hai portato il tuo carico variopinto di novità, ma anche tu, come tutti i tuoi predecessori siete, assieme a noi che dipingiamo il vostro vissuto di attimi, parte di un ciclo che fa il suo percorso.
Quindi ciao e grazie.

E ben venuto al prossimo 2010. Che sia un anno di silenzi. E mentre pensiamo a come passare queste ultime ore del vecchio anno, in attesa del nuovo….

…AUGURI A TUTTI!

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Ieri un perfetto sconosciuto (che tale lo era appunto fino a ieri sera, quando le diverse testate giornalistiche – o sospette tali – hanno cominciato a raccontarci i più sordidi particolari sulla sua vita, tanto che oggi a tutti pare di aver passato almeno un’ora in compagnia di questo Tartaglia) pare aver tirato una statuetta souvenir in testa all’attuale Presidente del Consiglio.
Oggi su diverse piattaforme mediatiche leggo i più disparati commenti. In una carambola di emozioni, quelli che prima gridavano al giustizialismo, difendendo una sporca malafede, adesso invocano la giustizia per uno scempio subito, mentre quelli che inneggiavano ad una non meglio precisata Pace si scagliano con violenza su ciò che un uomo rappresenta.
Non so bene ancora cosa pensare in merito. Non nego che ieri, nel leggere dell’evento, alla luce della considerazione che ho per quel che so di Berlusconi, un ghigno malefico di soddisfazione si sia dipinto sul mio viso.
Credo che non vi sia Uomo buono o cattivo (se già riuscissimo a privare questi termini della soggettività che racchiudono), ma solo un insieme di atti, mossi da idee, che ci rappresentano e che vengono esposti al giudizio altrui. Per dirla in termini fotografici, non credo che al mondo ci sia il bianco ed il nero, ma solo una (quasi) infinita tonalità di grigi. Così anch’io mi sento una commistione di tonalità in continuo mutamento, come un impasto di vernici diverse mischiato da una mano invisibile. Ieri han forse prevalso le tonalità più cupe, che han visto nel male di uno che di scure di tonalità (e non solo) ne ha molte.
Di quel che è successo mi spaventano più cose. Non solo il gesto in se del “folle”, ma anche Silvio quando è uscito dalla macchina tutto insanguinato e gonfio. No, non mi ha fatto paura il sangue, ma il suo sguardo. Pareva quello spaventato e rabbioso di un animale braccato.  Il medesimo sguardo di un qualsiasi “cattivo” da B-movie che, dopo tanto male seminato nel mondo, ne subisce lui stesso le conseguenze.
Non posso non pensare che il gesto inconsulto e violento di ieri sia il frutto di una sovraesposizione a fatti vili e di altrettanta violenza, perpetrati dagli stessi che oggi urlano allo scandalo. No, non voglio giustificare il Tartaglia. Penso solamente che ci siamo ridotti davvero come animali. Animali che attaccano per fottuta follia e rabbia. Che rispondono con la medesima fottutissima rabbia cieca. Quella di chi non ha più nulla da perdere, che lotta per la propria sopravvivenza. Personale.
Insomma no, non auguro e non godo per il male di Berlusconi. Lui vorrei solamente che, al pari dei “normali” cittadini, venisse giudicato per le accuse che gli sono imputate. Solo questo. Per il resto mi piacerebbe che riuscissimo tutti ad essere più Uomini, consci del fatto che non viviamo solo per noi stessi, ma per noi stessi assieme agli altri. Perché non vi è realizzazione del singolo senza gli altri. Perché il singolo non esiste senza gli altri. Che sono parte del medesimo Tutto del singolo….

Una mattina

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Steve Von Till cicla accordi di chitarra acustica dalle casse, mentre sorseggio un caffè ormai troppo tiepido per poterlo definire buono. E mi accorgo che è proprio il gesto di cui ho bisogno. Non il sapore, o meglio non solo, ma proprio l’idea di prepararlo questo caffé, di sentirlo gorgogliare nella moka, e poi di buttarlo giù a piccoli sorsi, dolce di zucchero. E’ come aprire la finestra su un nuovo giorno. E respirare l’aria densa di ignoto. L’ignoto del futuro e delle aspettative.

caffe

Sogno di una notte di mezz’estate cittadina

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I fari marciano al ritmo del vento
Illuminando una strada di sputi e cemento.

Guido nella bonaccia di un deserto di città. Il semaforo in fondo alla strada strizza il suo occhio di vetro, come un vecchio pirata ricurvo sulla schiena che esegue una stanca posa da guercio. Posso passare. Non che ce ne sia bisogno, certo, la via è vuota. Un mare davanti, attorno a me. Le saracinesche si susseguono una dopo l’altra, chiuse, come balene dalle fauci serrate, a nascondere tesori fantasiosi. Il bollore che avverto sulla pelle, quello accumulato di giorno e restituito dall’asfalto, mi ricorda che sono vivo.  Poche le voci, i corpi lenti che si incontrano paiono dondolare in uno spazio senza meta. Galleggiamo nel mare cittadino, spinti dalla corrente di un cielo rossastro di notte.
Questo è il momento della calma. E quello della follia. Quello del sorriso e della paura.
E’ il momento di issare le vele, guardare oltre l’orizzonte che non c’è, e navigar via lontano. Nel silenzio. Dal silenzio. Perché in mare, anche in quello di città, non ci sono vie da seguire. La rotta rincorre la scia del pensiero. E della fantasia.

Buonanotte sognatori, di questo mare di città.

La medicina come un piatto. Da far scegliere?

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Dopo diverso tempo sono tornato in un reparto di clinica medica. Più precisamente una terapia intensiva geriatrica. Passare dalla medicina palliativa per cronici alla medicina intensiva per acuti è stato un discreto sbalzo attitudinale.
Un moderno reparto di terapia intensiva rappresenta secondo me l’apice di un certo atteggiamento che sembra investire la medicina dei paesi Occidentali. L’atteggiamento per cui, ad ogni costo, dobbiamo “guarire” fuggendo, come gazzelle inseguite dal leone, alla morte. Ed in questa mia riflessione mi limito agli anziani.
La morte spaventa la società civile e, in quanto parte di essa ed in quanto “paladini della salute”, i medici si trovano a combatterla con ogni forza e mezzo. Talvolta assieme ai pazienti, talaltra, mi chiedo, non si  rendono conto di combatterla da soli?
Ciò che nuovamente ieri mi è capitato di domandarmi è: quanto i pazienti partecipano alle scelte dei sanitari?

The_Doctor_Luke_Fildes“The doctor” di L. Fildes

Dobbiamo stare bene. Non solo! Dobbiamo stare sempre meglio! Ce lo dice anche la TV, quindi è cosa data per scontata. Così è e così si fa. Il nonno che soffre di X, poco importa che magari abbia già raggiunto la veneranda età di 90 anni, deve essere trattato con Y, magari attaccato ad un ventilatore qualora si presentino certi tipi di complicanze, e magari morire così in un asettico reparto, con dell’aria pressata a forza nelle vie aeree anche quando ha esalato l’ultimo respiro (che se si chiama ultimo un motivo ci sarà, no?), con il solo abbraccio di freddi tubi, aspiratori, cateteri, miasmi e, se proprio è fortunato, la compagnia di qualche compassionevole infermiera. In quel reparto è stato spinto dall’idea di poter guarire, è stato spinto dai parenti, sicuramente più giovani di lui,  è stato spinto da un sistema sanitario che gli ha promesso un barlume di salvezza, è stato spinto da una società che nella vita vede l’affermazione del bello, anche la dove bello significa artificiale. La società  in cui l’unico modo per andar bene d’intestino pare essere quello di comprare e consumare yogurt al bacillo,  la società delle creme contro le rughe, la società dell’alito fresco e del sapone ha spinto il nonno tra le braccia del respiratore meccanico.
Se non supera le complicanze, beh, i tassi di mortalità ci dicevano che le probabilità erano alte, no?! E si passa ad altro, come davanti ad una catena di montaggio. Un pezzo dopo l’altro, senza pensare, solo perché così si fa. Perché così dobbiamo fare. La catena di montaggio della medicina moderna non lascia tempo per la personalizzazione. Non si può e non si deve fermare. Un paziente, poi un altro, poi un altro ancora. La cosa più semplice, quella più ovvia concentrarsi sui sintomi.  In quelli pare stia la chiave di tutto. Guarda, senti, palpa e ausculta. E chiedi. Domande come saette perché ci sono mille cose da fare.  In tutto questo, pensare alla Persona sarebbe troppo. Occuparsi di Lei poi, figuriamoci! Troppo complicato e poi… dove lo mettiamo il burn-out? E ancora… che succede se ci si affeziona troppo?
Così accade che il nonno viene estirpato dal proprio habitat e sbattuto su un letto di plastica capace di muoversi in ogni direzione, tranne che di tranquillizzarlo e farlo sentire a proprio agio. Così capita che il nonno finisce attaccato a computer e mezzi meccanici. Così capita che non riesce più a distinguere se quelle cose bianche che ha davanti e che emettono suoni sono le macchine o i medici. Perché, pare, alle volte di differenze ve ne siano poche.
Quello che mi chiedo è: il “nonno” vuole tutto ciò? Se avesse tempo per pensarci, se gli fossero spiegate per bene e con calma le cose, si immaginerebbe una fine simile, un trattamento come questo? Se il nonno fosse messo davanti ad una scelta, cosa preferirebbe?
Penso in realtà che non sia importante sapere quale sarebbe la decisione del nonno ipotetico. Credo sia invece importante arrivare ad una medicina che metta le persone davanti alle scelte sulla propria salute ed il modo migliore per mantenerla. E che poi permetta loro di soddisfarle. Una medicina che permetta di scegliere non solo cosa comprare, ma anche come spendere in termini di salute. Una medicina che permetta loro di affermare cosa intendano per salute. Perché se io non voglio subire un certo tipo di trattamento, non significa che un altro non lo vorrebbe. Semplicemente per  me e per l’altro “Salute” ha un significato diverso. L’OMS definisce cosa sia la Salute. Nella definizione, tra gli altri si parla di benessere psichico. Ebbene ciò significa che la salute è qualcosa di personale.  Qualcosa che ognuno interpreta per sé, in un modo tutto suo. Quindi ognuno dovrebbe poter disporre di una scelta in merito.
Facendo il cameriere, di quando in quando mi è venuto  da pensare come al ristorante non ci faremmo mai portare  il piatto migliore secondo il ristoratore. Quello che vogliamo dal cameriere è che ci consigli, ma la scelta in merito alla pietanza la vogliamo noi. Perché allora, se ci sembra normale decidere in merito al cibo, non dovrebbe esserlo per come vivere o come morire?! Il medico, penso, dovrebbe essere un po’ come un cameriere. Consigliare il piatto migliore per il paziente. Mettere in grado la Persona di mangiare il cibo a lei più congeniale in base al suo personalissimo punto di vista, al suo “gusto” in termini di salute.
Nonostante la medicina moderna stia cominciando ad annusare tutto questo, nonostante si dica che l’atteggiamento paternalistico sia da abbandonare, ancora troppo spesso è quello che adottiamo. E’ l’atteggiamento più facile, più veloce. Al contempo, credo, rappresenta il modo in cui l’uomo si comporta nella società. Scelte unilaterali, in solitudine. Senza condivisione. Rapido. Usa e getta. Senza ascolto.
No, temo non basti un modulo di consenso informato, magari fatto firmare sotto effetto di sedativi, per dire che un paziente è d’accordo per un certo tipo di intervento. Non bastano i cartellini per le scelte di non-rianimare da tenere nel portafogli se non c’è alle spalle una cultura che spinga i medici a cercare quel tipo di informazioni prima di mettersi al “lavoro”.
No, temo non basti. Credo ancora ci sia da rimboccarsi le mani. Come medici, ma prima di tutto come Uomini.

L’altro giorno in quel reparto un signore urlava di non volerci più stare perché non voleva fare i bisogni nel letto come tutti. Lui voleva usare il bagno. E voleva la sua privacy. Poco gli importava della causa dei suoi catarri e se i valori dei gas nel suo sangue erano “scorretti”. Lui respirava e cacava. E voleva farlo a modo suo. A casa sua, “tra i suoi alberi”. La medicina moderna glielo impediva. Lui non aveva scelto di essere lì. Un sistema per acuti ce lo aveva portato.
Quello che stavamo facendo in quel reparto, in quel momento, alla luce delle sue affermazioni, era curare? O era solo terapia?

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