Ciao 2009.
Sei stato un anno strano, ricco di cambiamenti, cose nuove, cose belle e meno belle. Insomma una parte di questa vita, come tutti gli altri anni, messi nella cantina dei ricordi. No, non voglio sminuirti, rispetto agli altri anni hai portato il tuo carico variopinto di novità, ma anche tu, come tutti i tuoi predecessori siete, assieme a noi che dipingiamo il vostro vissuto di attimi, parte di un ciclo che fa il suo percorso.
Quindi ciao e grazie.
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Ieri un perfetto sconosciuto (che tale lo era appunto fino a ieri sera, quando le diverse testate giornalistiche – o sospette tali – hanno cominciato a raccontarci i più sordidi particolari sulla sua vita, tanto che oggi a tutti pare di aver passato almeno un’ora in compagnia di questo Tartaglia) pare aver tirato una statuetta souvenir in testa all’attuale Presidente del Consiglio.
Oggi su diverse piattaforme mediatiche leggo i più disparati commenti. In una carambola di emozioni, quelli che prima gridavano al giustizialismo, difendendo una sporca malafede, adesso invocano la giustizia per uno scempio subito, mentre quelli che inneggiavano ad una non meglio precisata Pace si scagliano con violenza su ciò che un uomo rappresenta.
Non so bene ancora cosa pensare in merito. Non nego che ieri, nel leggere dell’evento, alla luce della considerazione che ho per quel che so di Berlusconi, un ghigno malefico di soddisfazione si sia dipinto sul mio viso.
Credo che non vi sia Uomo buono o cattivo (se già riuscissimo a privare questi termini della soggettività che racchiudono), ma solo un insieme di atti, mossi da idee, che ci rappresentano e che vengono esposti al giudizio altrui. Per dirla in termini fotografici, non credo che al mondo ci sia il bianco ed il nero, ma solo una (quasi) infinita tonalità di grigi. Così anch’io mi sento una commistione di tonalità in continuo mutamento, come un impasto di vernici diverse mischiato da una mano invisibile. Ieri han forse prevalso le tonalità più cupe, che han visto nel male di uno che di scure di tonalità (e non solo) ne ha molte.
Di quel che è successo mi spaventano più cose. Non solo il gesto in se del “folle”, ma anche Silvio quando è uscito dalla macchina tutto insanguinato e gonfio. No, non mi ha fatto paura il sangue, ma il suo sguardo. Pareva quello spaventato e rabbioso di un animale braccato. Il medesimo sguardo di un qualsiasi “cattivo” da B-movie che, dopo tanto male seminato nel mondo, ne subisce lui stesso le conseguenze.
Non posso non pensare che il gesto inconsulto e violento di ieri sia il frutto di una sovraesposizione a fatti vili e di altrettanta violenza, perpetrati dagli stessi che oggi urlano allo scandalo. No, non voglio giustificare il Tartaglia. Penso solamente che ci siamo ridotti davvero come animali. Animali che attaccano per fottuta follia e rabbia. Che rispondono con la medesima fottutissima rabbia cieca. Quella di chi non ha più nulla da perdere, che lotta per la propria sopravvivenza. Personale.
Insomma no, non auguro e non godo per il male di Berlusconi. Lui vorrei solamente che, al pari dei “normali” cittadini, venisse giudicato per le accuse che gli sono imputate. Solo questo. Per il resto mi piacerebbe che riuscissimo tutti ad essere più Uomini, consci del fatto che non viviamo solo per noi stessi, ma per noi stessi assieme agli altri. Perché non vi è realizzazione del singolo senza gli altri. Perché il singolo non esiste senza gli altri. Che sono parte del medesimo Tutto del singolo….
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Steve Von Till cicla accordi di chitarra acustica dalle casse, mentre sorseggio un caffè ormai troppo tiepido per poterlo definire buono. E mi accorgo che è proprio il gesto di cui ho bisogno. Non il sapore, o meglio non solo, ma proprio l’idea di prepararlo questo caffé, di sentirlo gorgogliare nella moka, e poi di buttarlo giù a piccoli sorsi, dolce di zucchero. E’ come aprire la finestra su un nuovo giorno. E respirare l’aria densa di ignoto. L’ignoto del futuro e delle aspettative.
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I fari marciano al ritmo del vento
Illuminando una strada di sputi e cemento.
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Dopo diverso tempo sono tornato in un reparto di clinica medica. Più precisamente una terapia intensiva geriatrica. Passare dalla medicina palliativa per cronici alla medicina intensiva per acuti è stato un discreto sbalzo attitudinale.
Un moderno reparto di terapia intensiva rappresenta secondo me l’apice di un certo atteggiamento che sembra investire la medicina dei paesi Occidentali. L’atteggiamento per cui, ad ogni costo, dobbiamo “guarire” fuggendo, come gazzelle inseguite dal leone, alla morte. Ed in questa mia riflessione mi limito agli anziani.
La morte spaventa la società civile e, in quanto parte di essa ed in quanto “paladini della salute”, i medici si trovano a combatterla con ogni forza e mezzo. Talvolta assieme ai pazienti, talaltra, mi chiedo, non si rendono conto di combatterla da soli?
Ciò che nuovamente ieri mi è capitato di domandarmi è: quanto i pazienti partecipano alle scelte dei sanitari?
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Categorie:Pensieri, Società & Politica Tag: acuti, burn out, cameriere, clinica medica, cura, geriatria, medicina, morire, morte, OMS, ospedale, ristorante, salute, scegliere, terapia, terapia intensiva
Vorrei poter condividere la bellezza di un fiore. Un’orchidea, direte voi? (naaa… mi sa tanto di pinocchio!). Comunque sia no. Non un’orchidea, né una rosa né tanto meno una margherita. Ma un fiore di zucca!
Ebbene sì, da topino di città quale sono mi sto accorgendo, con l’esperienza dell’orticello in terrazza, che la verdura non cresce sotto i neon dell’ipermercato. Non solo! Ma il frutto che compriamo in quello sterile quanto comodo luogo, è solo l’ultima parte di una tenue epopea di vita.
Prendi la zucchina appunto. Buona sì, bellina pure se vogliamo. Buonissimi i fiori fritti. Ma non sapevo che oltre al fiore sulla zucchina, crescesse anche di per sé dalla pianta. E quanto grande potesse essere! E quanto giallo potesse apparire! E quanto bello, davvero bello potesse sembrare.
Mi son seduto sullo sgabellino rosso e credo di esserci rimasto per cinque minutini buoni buoni a guardarlo. E per un poco, molto poco, non mi pareva di essere in mezzo al cementificio del viale di città. E per ancor meno mi è parso che tutto ciò di cui avessi bisogno fosse lì. Né più né meno.
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