Società & Politica
Campagna d’odio
0“E’ in atto una campagna d’odio contro di me, il fascismo e l’Italia.”
Benito Mussolini, 1932

“Gli ebrei alimentano una campagna di odio internazionale contro il governo. Gli ebrei di tutto il mondo sappiano: questo governo non e’ sospeso nel vuoto, ma rappresenta il popolo tedesco.“
Adolf Hitler, 1933

“Ho pensato che davvero dobbiamo contrastare tutte queste fabbriche di menzogne, di estremismo e anche di odio.“
Silvio Berlusconi, 2009

Fonte: www.byteliberi.com
La medicina come un piatto. Da far scegliere?
1Dopo diverso tempo sono tornato in un reparto di clinica medica. Più precisamente una terapia intensiva geriatrica. Passare dalla medicina palliativa per cronici alla medicina intensiva per acuti è stato un discreto sbalzo attitudinale.
Un moderno reparto di terapia intensiva rappresenta secondo me l’apice di un certo atteggiamento che sembra investire la medicina dei paesi Occidentali. L’atteggiamento per cui, ad ogni costo, dobbiamo “guarire” fuggendo, come gazzelle inseguite dal leone, alla morte. Ed in questa mia riflessione mi limito agli anziani.
La morte spaventa la società civile e, in quanto parte di essa ed in quanto “paladini della salute”, i medici si trovano a combatterla con ogni forza e mezzo. Talvolta assieme ai pazienti, talaltra, mi chiedo, non si rendono conto di combatterla da soli?
Ciò che nuovamente ieri mi è capitato di domandarmi è: quanto i pazienti partecipano alle scelte dei sanitari?
“The doctor” di L. FildesDobbiamo stare bene. Non solo! Dobbiamo stare sempre meglio! Ce lo dice anche la TV, quindi è cosa data per scontata. Così è e così si fa. Il nonno che soffre di X, poco importa che magari abbia già raggiunto la veneranda età di 90 anni, deve essere trattato con Y, magari attaccato ad un ventilatore qualora si presentino certi tipi di complicanze, e magari morire così in un asettico reparto, con dell’aria pressata a forza nelle vie aeree anche quando ha esalato l’ultimo respiro (che se si chiama ultimo un motivo ci sarà, no?), con il solo abbraccio di freddi tubi, aspiratori, cateteri, miasmi e, se proprio è fortunato, la compagnia di qualche compassionevole infermiera. In quel reparto è stato spinto dall’idea di poter guarire, è stato spinto dai parenti, sicuramente più giovani di lui, è stato spinto da un sistema sanitario che gli ha promesso un barlume di salvezza, è stato spinto da una società che nella vita vede l’affermazione del bello, anche la dove bello significa artificiale. La società in cui l’unico modo per andar bene d’intestino pare essere quello di comprare e consumare yogurt al bacillo, la società delle creme contro le rughe, la società dell’alito fresco e del sapone ha spinto il nonno tra le braccia del respiratore meccanico.
Se non supera le complicanze, beh, i tassi di mortalità ci dicevano che le probabilità erano alte, no?! E si passa ad altro, come davanti ad una catena di montaggio. Un pezzo dopo l’altro, senza pensare, solo perché così si fa. Perché così dobbiamo fare. La catena di montaggio della medicina moderna non lascia tempo per la personalizzazione. Non si può e non si deve fermare. Un paziente, poi un altro, poi un altro ancora. La cosa più semplice, quella più ovvia concentrarsi sui sintomi. In quelli pare stia la chiave di tutto. Guarda, senti, palpa e ausculta. E chiedi. Domande come saette perché ci sono mille cose da fare. In tutto questo, pensare alla Persona sarebbe troppo. Occuparsi di Lei poi, figuriamoci! Troppo complicato e poi… dove lo mettiamo il burn-out? E ancora… che succede se ci si affeziona troppo?
Così accade che il nonno viene estirpato dal proprio habitat e sbattuto su un letto di plastica capace di muoversi in ogni direzione, tranne che di tranquillizzarlo e farlo sentire a proprio agio. Così capita che il nonno finisce attaccato a computer e mezzi meccanici. Così capita che non riesce più a distinguere se quelle cose bianche che ha davanti e che emettono suoni sono le macchine o i medici. Perché, pare, alle volte di differenze ve ne siano poche.
Quello che mi chiedo è: il “nonno” vuole tutto ciò? Se avesse tempo per pensarci, se gli fossero spiegate per bene e con calma le cose, si immaginerebbe una fine simile, un trattamento come questo? Se il nonno fosse messo davanti ad una scelta, cosa preferirebbe?
Penso in realtà che non sia importante sapere quale sarebbe la decisione del nonno ipotetico. Credo sia invece importante arrivare ad una medicina che metta le persone davanti alle scelte sulla propria salute ed il modo migliore per mantenerla. E che poi permetta loro di soddisfarle. Una medicina che permetta di scegliere non solo cosa comprare, ma anche come spendere in termini di salute. Una medicina che permetta loro di affermare cosa intendano per salute. Perché se io non voglio subire un certo tipo di trattamento, non significa che un altro non lo vorrebbe. Semplicemente per me e per l’altro “Salute” ha un significato diverso. L’OMS definisce cosa sia la Salute. Nella definizione, tra gli altri si parla di benessere psichico. Ebbene ciò significa che la salute è qualcosa di personale. Qualcosa che ognuno interpreta per sé, in un modo tutto suo. Quindi ognuno dovrebbe poter disporre di una scelta in merito.
Facendo il cameriere, di quando in quando mi è venuto da pensare come al ristorante non ci faremmo mai portare il piatto migliore secondo il ristoratore. Quello che vogliamo dal cameriere è che ci consigli, ma la scelta in merito alla pietanza la vogliamo noi. Perché allora, se ci sembra normale decidere in merito al cibo, non dovrebbe esserlo per come vivere o come morire?! Il medico, penso, dovrebbe essere un po’ come un cameriere. Consigliare il piatto migliore per il paziente. Mettere in grado la Persona di mangiare il cibo a lei più congeniale in base al suo personalissimo punto di vista, al suo “gusto” in termini di salute.
Nonostante la medicina moderna stia cominciando ad annusare tutto questo, nonostante si dica che l’atteggiamento paternalistico sia da abbandonare, ancora troppo spesso è quello che adottiamo. E’ l’atteggiamento più facile, più veloce. Al contempo, credo, rappresenta il modo in cui l’uomo si comporta nella società. Scelte unilaterali, in solitudine. Senza condivisione. Rapido. Usa e getta. Senza ascolto.
No, temo non basti un modulo di consenso informato, magari fatto firmare sotto effetto di sedativi, per dire che un paziente è d’accordo per un certo tipo di intervento. Non bastano i cartellini per le scelte di non-rianimare da tenere nel portafogli se non c’è alle spalle una cultura che spinga i medici a cercare quel tipo di informazioni prima di mettersi al “lavoro”.
No, temo non basti. Credo ancora ci sia da rimboccarsi le mani. Come medici, ma prima di tutto come Uomini.
L’altro giorno in quel reparto un signore urlava di non volerci più stare perché non voleva fare i bisogni nel letto come tutti. Lui voleva usare il bagno. E voleva la sua privacy. Poco gli importava della causa dei suoi catarri e se i valori dei gas nel suo sangue erano “scorretti”. Lui respirava e cacava. E voleva farlo a modo suo. A casa sua, “tra i suoi alberi”. La medicina moderna glielo impediva. Lui non aveva scelto di essere lì. Un sistema per acuti ce lo aveva portato.
Quello che stavamo facendo in quel reparto, in quel momento, alla luce delle sue affermazioni, era curare? O era solo terapia?
Paradossi in rete
0La Rete ed i suoi meccanismi ci mettono talvolta di fronte a curiosi piccoli paradossi.
Molti di noi conoscono ormai piuttosto bene gli artifici per cui, mediante il rilevamento di determinate “parole chiave” in una pagina WEB, alcune aziende di servizi possono mostrare pubblicità adeguate al “contenuto” della pagina su cui sono visualizzate, in modo da offrire consigli per gli acquisti il più possibile “personalizzati” e “gustosi”. Insomma, un po’ come avviene in TV quando durante una partita di calcio, che si presume vista prevalentemente da un pubblico maschile, mandano in onda spot di macchine, rasoi o dopobarba, durante i cartoni animati fanno vedere pubblicità di giocattoli e così via…

Cosa succede però quando il meccanismo è del tutto automatico e non vi è alcun controllo delle informazioni, se non da parte di uno script?
Accade per esempio che accanto ad un video che spiega come fare per crackare un noto programma di videoscrittura, compaia proprio la pubblicità per l’acquisto dello stesso!
Come dire…. se non riesci a “bucare” il programma, ricorda che puoi sempre comprarlo! Evidentemente però se qualcuno visualizza quel video è proprio perché di comprare il programma non ne ha modo o voglia. Come se qualcuno si mettesse a vendere gioielli accanto ad una cassaforte mentre un gruppo di ladri tentano di scassinarla, no?!
Curiose alchimie da un mondo in cerca di se stesso.
1
Ai tempi, non troppo remoti, dell’offensiva in Iraq (la “Seconda guerra del Golfo”) aderii alla campagna di Emergency in cui si chiedeva di esporre una pezzuola bianca come segno di pace.
Dalla vecchia divisa bianca da soccorritore strappai un pezzettino di stoffa e lo misi allo zaino.
Il clamore su quella guerra è poi passato. La guerra in sé no. Non quella guerra.
Non solo! Ma a quella si sono aggiunte in questi pochi anni molte altre guerre. Si sente dire che ne iniziano di nuove. Raramente di sente poi parlare della loro fine.
Ieri sera, ho preso lo zaino dalla plancia del motorino e col solito, usuale, scontato, quasi istintivo gesto, me lo sono messo sulle spalle per compiere il tratto di strada che separa il parcheggio dei motorini dal luogo in cui lavoro.
Con la coda dell’occhio ho osservato la breve scia lasciata dalla pezzuola che, ormai nera di polvere, sporco e rabbia, seguiva il movimento arcuato dello zaino che si appioppava sulla mia spalla destra.
Ho pensato che dal 2003 quella pezzuola è sempre lì legata con strenua tenacia al cordino dello zaino. Da ormai quasi sei anni, ogni giorno, ogni notte, in ogni momento manifesta il suo bisogno di pace. Dichiara a spron battuto la sua volontà di silenzio. Silenzio dalla guerra, dalla violenza espressa in ogni sua forma, dalla negazione dei Diritti Umani, dalla volgarità e dalla confusione.
Mentre andavo a lavoro, con la mia pezzuola sulle spalle, mi chiedevo: arriverà mai un giorno in cui potrò slegarla da lì e gettarla via?!
Impressionante lentezza
0Correre, più veloci, sempre più veloci. Fare presto, fare prima. Ci muoviamo spesso in maniera sconclusionata, ci affrettiamo alla continua rincorsa delle “cose da fare”. Ci creiamo continuamente mete da raggiungere. Bene. Ma di corsa. Male?
Camminare permette di osservare, capire, farsi domande. Correre ci costringe invece a guardare attentamente davanti a sé, per non rischiar di cadere!
Questi pensieri si sono curiosamente incrociati poco fa mentre leggevo un po’ di storia della Fotografia. Un signore di nome Louis Daguerre, a cavallo tra il Settecento e l’Ottocento, ha inventato un sistema di esposizione fotografica che da lui prende il nome: dagherrotipo.
Uno di questi dagherrotipi è il ritratto del Boulevard du Temlple, visibile da una delle finestre dell’ufficio di Daguerre.

La tecnica fotografica in questione costringeva a lunghi tempi di esposizione. Come tale, tutto ciò che è in movimento sufficientemente rapido sparisce come per magia dal fotogramma. Ecco quindi che, visti i tempi necessari per un dagherrotipo, dalla posa sono evaporati i carri, i cavalli e le persone che sicuramente affollavano il Boulevard in pieno giorno. Di loro restano solo ombre, vaghe macchie sulla lastra di rame.
Tutti? In realtà no. Aguzzando la vista si può osservare che le uniche persone impressionate sono il calzolaio e la persona che si fa pulire le scarpe (in basso a sinistra).
Solo la lentezza, la sobria ripetitività di gesti quotidiani, la guardinga fissità dell’attesa, hanno permesso a questi personaggi di essere immortalati alla storia.
Curioso, no?!
Adesso fate silenzio
0Qualcuno, forse, vuole smettere di subire l’oppressione di una non-vita nella quale è piombato.
Qualcuno, forse, vorrebbe sentirsi padrone delle proprie scelte.
Fate silenzio adesso, ciarlatani della politica.
Tacete ed abbiate rispetto di chi è molto, ma molto al di sopra della vostra meschinità.
Zitti… zitti.. ne avete tutti da guadagnare. Non perdete, se ve ne rimane, l’ultimo stralcio di dignità. Restate in silenzio per cortesia. Ed imparate da chi di dignità ha da trasmetterne anche a voi.
La saggezza dell’umiltà.
Ma voi, certo, non sapete neppure dove stia! Vero?!
Quindi, di nuovo, fate silenzio. Zitti!
Perché ognuno possa esser libero di scegliere della propria salute.
Perché ognuno possa disporre della propria vita.
Perché le nostre idee possano aver valore. Ed essere rispettate quando la voce verrà meno…
1 mese fa
