Storielle e Sogni
La fossa dei serpenti
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Giù nel pozzo ci han gettati, abbandonati, dimenticati.
Stiamo nel buio freddo e profondo, immersi fino alla vita nella melma appiccicosa.
La nostra mente vacilla, dicono.
I polsi legati da lacci cotonati, per non sentire dolore. Per non avere ecchimosi. Per trattenerci senza lasciar tracce.
Il nostro male non è nel corpo, ma nella mente.
Aghi duri e profondi nella testa. Corrente ad alto voltaggio. Questo sì che è dolore.
Dicono sia il male per stare meglio. Dicono che così guariremo.
Intanto noi soffriamo. E nel dolore cancelliamo i ricordi della malattia. Ma essa cova nel profondo.
Essa si assopisce, si cela alla nostra coscienza. Ma essa domina, essa non dà tregua.
Loro non curano, fanno dimenticare.
Ma come si può guarire tra le spire dei serpenti? Esse stringono il corpo, sempre più forte, fino a soffocarlo.
Così il corpo può essere mangiato meglio. La vittima non oppone resistenza.
Ecco, noi siamo vittime offerte in pasto ai serpenti.
Noi siamo corpi gettati nella fossa dei serpenti.
Abbandonati nel buio della profondità, celati allo sguardo, allontanati dal mondo di sopra.
Il buio della follia è il male che insozza il mondo della luce. La pazzia ed il suo contenitore, devono essere eliminati, nascosti alla vista, rifiutati, dimenticati.
Ecco noi siamo il loro male. Noi siamo il buio, loro la luce. Noi il tratto errato, da cancellare con la cimosa. Noi la polvere da spazzare. Noi siamo ciò che essi non vedono. Noi siamo l’estensione delle loro idee. Noi siamo ciò che loro temono di diventare. Noi siamo l’utopia del loro male. Il divenire dei loro pensieri.
Noi siamo l’assillo della loro paura. Il ricordo della disperazione.
E allora via! A distanza, cancellati! Nella fossa! Non vedere per non temere.
Gettarci via è l’elettroshock dei sani.
Ma il male non guarisce, il male si dimentica, sotto la tensione della corrente. Noi lo sappiamo.
Esso è pronto a tornare con rinnovato vigore, al termine. Come il sole dopo una tempesta, come il caldo dopo l’inverno.
Loro ci tengono lontani, chiusi nella fossa dei serpenti, per non vedere il male che è in loro stessi, che è in noi.
Noi siamo il loro specchio. Noi siamo i loro serpenti.
Saranno schiacciati prima di essere mangiati.
Vento freddo dalla finestra
2
Sibila il vento attraverso gli infissi, legno marcio verniciato di bianco.
Scricchiola la finestra, difficile chiuderla. Le staffe piegate non combaciano con gli anelli.
Il vento ulula la sua rabbia invernale. Fuori.
Freddo e potenza si gettano nella stanza. Un mare, impalpabile, mi affoga.
Chiudo con sforzo la finestra.
Una delle due staffe non combacia. Il legno è imbarcato.
Sento il vento, là fuori, gridare la sua minaccia.
Allunga una mano oltre lo spiraglio rimasto. Come un ladro, si insinua spalancandola ancora.
Di nuovo. L’onda del freddo mi gela e attanaglia.
Galleggio nuotando contro corrente, aggrappandomi alla maniglia malferma.
Mi spingo in alto con le gambe. Il gelo sul torace rimasto spoglio.
Ancora una spinta, un gesto rapido e la finestra è chiusa.
Legno marcio, infisso da rifare.
Il vento, lo sento, continua ad abbaiare le sue minacce la fuori.
Mosche impazzite sbattono contro il vetro, in un ottuso, ripetuto gesto istintivo.
Sono le particelle d’aria. Le vedo minacciose. Digrignano i denti divertite dalla mia impossibilità a contrastarle. Loro, piccole e maligne.
Di nuovo la carica dell’insieme. E la finestra si spalanca. E la camera si riempie. Ed io sbando, barcollo, mi sforzo.
Non cedo. Nuoto sempre contro corrente come un salmone. Balzo verso le ante afferrandole con mani stanche ma risolute.
Sbatto con rabbia quei vetri sporchi. Cade della polvere di legno.
Adesso il vento si sta placando.
Respiro ansimando. Il vento, per ora, sembra tenuto a bada. Il guinzaglio rimesso al collo. Si accuccia rosicchiando un vecchio osso.
Dovrò riparare quegli infissi un giorno o l’altro.
1 mese fa
