Archivio di agosto, 2009
Le fate del mana
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- C’era un tempo, ricordo, in cui le fate volavano libere per Naldaariah. Stavano in luoghi isolati, certo, ma comunque non troppo lontani dai villaggi – stava raccontando il vecchio Roland McGarrow, seduto sul pesante scranno in legno, fumando la pipa – Ricordo ancora quelle che stavano nei pressi della Foresta degli Abeti, lungo la direttrice per Limpia.
- E com’erano nonno? – chiese il nipotino Jhoshua che lo ascoltava accoccolato sul pavimento di terra battuta, le ginocchia alte a reggere il mento e le braccia avvolte a tenere assieme le gambe.
- Oh, erano bellissime! Avevano dei corpi di un fascino incredibile. Nude, dalla pelle giovane e tesa, cosce tornite e dei sen…
- Papà! – lo interruppe apprensiva la figlia Jasmine che, poco lontano, riponeva le vettovaglie della cena in una vecchia cassa scheggiata – non davanti a Jhoshua, per favore!
Il giovane ragazzo rideva davanti alla figura smagrita, ma sempre imponente, del burbero nonno.
- Oh per tutti i demoni Jasmine! Presto anche Jhoshua sarà un uomo, ed è bene che impari a comprendere quali siano le cose belle della vita!
Risero tutti quanti nella piccola stanza di legno, riscaldata dal calore del focolare.
- Allora Jhoshua – riprese l’anziano uomo con tono scherzoso – visto che tua madre vuol fare di te una donnicciola non ti dirò altro dei loro corpi di ragazze!
Risero entrambi, mentre Jasmine riprendeva il suo lavoro.
- Ricordo invece un altro particolare… Le ali! Avevano delle ali meravigliose! Argentate. Ricordavano le scaglie argentee di alcuni pesci quando li osservi sotto il sole del mezzodì! Ah.. che spettacolo magnifico!
Ti sentivi impotente di fronte a tanta grazia e bellezza!
Il vecchio sospirò con lo sguardo perso verso le fiamme schioppettanti del fuoco. Tirò a fondo dalla lunga pipa in legno inciso e sbuffò una nube di fumo profumata.
Jhoshua sentì in quel fumo odore di legna, vaniglia e vinforte. Era un odore che a lui piaceva. Da grande anche lui avrebbe voluto avere una pipa da poter fumare.
- E come mai adesso non si trovano più le fate, nonno?
- Oh.. Beh Jhoshua, devi sapere una cosa – il vecchio fece un altro tiro dalla pipa – Tu sai da dove vengono le Fate del Mana e come mai hanno questo nome?
Il piccolo, spostando il peso del corpo sul gluteo destro per veder meglio il viso del nonno, scosse la testa in cenno di diniego.
- Ebbene quelle splendide creature derivano dall’intelletto umano stesso!
Jhoshua guardò stupito il nonno.
- Vi fu un tempo – continuò Roland – in cui un mago dell’Università di Limpia cercò di appropriarsi del potere degli altri maghi. Si chiamava…
Il vecchio aspirò dalla pipa prendendo tempo. La sua memoria cominciava a vacillare. Quel tempo gli era utile per concentrarsi sui ricordi. Scavò a fondo nella memoria, lo sguardo fisso oltre la coltre del fumo che espirava dalla bocca.
- Daniel. Si chiamava Daniel Silver!
Roland guardò sorridendo di soddisfazione il nipote ai suoi piedi. Aveva vinto quella piccola sfida con la sua memoria!
- Ebbene questo Daniel voleva impadronirsi del potere etereo degli altri maghi di Naldaariah. Si narra che avesse trovato in alcuni vecchi libri un sortilegio per cogliere ed imprigionare l’impalpabile potere della magia in una forma fisica nuova. Il Mana è l’espressione dell’energia intellettuale dei maghi. Ciò che permette loro di richiamare forza ed energia per i loro incantesimi. Mi segui Jhoshua?
Il piccolo guardava affascinato e concentrato il nonno. Seguiva attentamente le parole dell’anziano familiare cercando di non lasciarsi sfuggire alcun concetto, come un assetato che, trovata una fonte d’acqua nel deserto, ne riempie la fiasca stando attento a non lasciar cadere alcuna goccia.
- Si nonno. Va’ avanti – rispose impaziente.
- Bene. Dunque ti dicevo questo Daniel voleva estirpare dai maghi la loro energia, ed imprigionarla in una forma diversa. Quale forma non gli era dato sapere. Le pagine del libro erano strappate alla fine. Il mago pensò che valesse comunque la pena tentare. La sua smania di potere era tanta. Troppa per far sì che un dubbio potesse limitarne l’inventiva.
Passò anni ad apprendere gli intimi segreti di quel sortilegio, viaggiando per Naldaariah alla ricerca degli ingredienti necessari realizzarlo.
Quando si sentì pronto, attese il Gran Convegno di Magia che a quei tempi si teneva annualmente in un piccolo villaggio di campagna, nei pressi di Limpia.
Là portò a termine il proprio piano.
Fingendo di esporre alla comunità presente una nuova magia di cura, invocò quel potere sconosciuto ai più.
“Forze della terra e del cielo
Squarciate dell’incoscienza il velo
Forze dell’acqua e del fuoco
Venite a me, non di poco!”
Cominciò a recitare Daniel, proseguendo il mantra con parole chiare e forti che tutti poterono udire distintamente.
Quando pochi anziani compresero l’entità di quel che Daniel stava invocando a sé era ormai troppo tardi.
Si narra che il cielo fosse divenuto nero come la notte. Enormi nuvole di un viola plumbeo turbinavano come un ciclone sopra il villaggio.
Roland mimava il moto delle masse nuvolose con le mani in alto sopra la testa. Il piccolo seguiva quei convulsi movimenti immaginandosi la scena.
Vedeva nella sua mente schiere di barbuti uomini stupiti e spaventati ad osservare quel cielo livido di cattivi presagi mutarsi sopra di loro. Poteva udire il rumore del vento che accompagnava quei cambiamenti come una musica imperiosa accompagna la danza infervorata dei ballerini.
- Tuoni e fulmini – continuò il vecchio – eseguivano il loro spettacolo in cielo distraendo ancor più i maghi dal mantra che Daniel continuava a recitare.
D’improvviso il vento cessò. Il ciclone di nubi si aprì come l’occhio di un dormiente svegliato da un rumore improvviso. Una forte luce purpurea pervase tutta la zona dove i maghi, sempre più incerti e spaventati, erano radunati.
Alcuni cominciarono ad allontanarsi, altri a fuggire. Ma a poco valsero quei tardi tentativi di salvezza.
- Jhoshua, non è ora di andare a dormire? – Li interruppe improvvisamente Jasmine che da un po’ di tempo si era portata alle spalle del figlio per ascoltare meglio la storia.
- Suvvia Jasmine, lascia un po’ in pace tuo figlio – sbottò il vecchio guardando intensamente la figlia.
- Dai mamma – fece eco il piccolo, reclinando in dietro il capo per vedere la madre – lasciami ascoltare la storia ancora un poco! Per favore!
- Sentito Jasmine? Il ragazzo ha brama di conoscenza! – sorrise soddisfatto Roland – Perché invece di startene lì imbronciata non ti metti anche tu qui con tuo figlio?
- Uff… e va bene.. ma solo per un poco! – sbuffò Jasmine.
Prese una sedia poco distante e si mise seduta, rivolta in parte verso l’anziano padre, in parte verso il figlio.
- Dai nonno, continua! – lo esortò Jhoshua.
Il vecchio riprese il suo racconto, dopo aver dato un altro profondo tiro di pipa.
- Stavo dicendo di come molti dei maghi presenti cominciarono a fuggire. Ma era ormai troppo tardi. Il mantra magico era al termine. Dall’occhio di nubi che si era aperto nel cielo sortirono baluginanti fulmini, lampi di luce e rumore roboante.
Chi aveva assistito raccontava di un incredibile magnetismo che sembrò calare su di loro. Più in generale su tutta la zona. I maghi cominciarono a sentire come una forza invisibile che sradicava dai loro corpi, dalle loro menti, parte dell’intelletto che costituiva la loro forza.
L’incantesimo stava facendo effetto!
- Come i turbini di aria quando sollevano persone e cose, nonno? – lo interruppe Jhoshua.
Il vecchio sorrise.
- Quasi. La forza che privò quegli uomini del loro potere, era qualcosa di invisibile e fine. Straordinariamente fine, come un cerusico che tenta di sfilare una scheggia dalla carne senza strappare i tessuti circostanti. Risparmiava i corpi, mentre lavorava sulla loro parte invisibile, il loro intelletto. Capisci?
- Sì, nonno – ammise Jhoshua.
- Dai papà vai avanti – lo esortò Jasmine.
Il vecchio la guardò sorridendo, poi riprese.
- Le nubi cominciarono a diradarsi, il vento smise di fischiare. Il cielo tornò pulito. Ma alla chiarezza che andava ripristinandosi in cielo, non corrispondeva altrettanto a terra. La comunità di maghi era spossata. Molti di loro erano abbandonati a terra o sulle seggiole che avevano precedentemente accolto il loro corpo vigile.
- E Daniel? Cosa ne era di lui?
- Oh… impaziente ragazzo! Daniel era li davanti a tutti, le bracci ancora protese verso il cielo, immobilizzate nel gesto d’invocazione!
Il vecchio mimava sempre con le braccia i gesti che andava descrivendo a parole.
- Non passò molto tempo che improvvisi lampi di luce cominciarono a circondare la zona. Tutti i maghi ancora intontiti, lo stesso Daniel, guardarono con una certa apprensione questo nuovo evento.
Da quelle luci cominciarono a materializzarsi delle forme. Sagome mai viste. Quelle ombre nate dalle luci divennero via via più chiare, riconoscibili.
Erano corpi. Corpi di giovani donne.
Non solo! A ben guardare alle spalle di quelle ragazze si potevano scorgere altre linee. Che presto presero a muoversi freneticamente. Erano… – il vecchio fece una pausa spostando lo sguardo dal nipote alla figlia e viceversa.
- Cos’erano? – intervennero quasi all’unisono i due attenti ascoltatori.
- Ali! – esclamò Roland d’improvviso – Erano ali. Magnifiche, grandi ali argentee sbucavano dal solco che le due scapole scavano tra loro, seguendo il decorso della spina dorsale.
Roland seguiva con le dita il decorso dei lineamenti che andava descrivendo, come toccasse la schiena di un corpo invisibile.
- Erano fate! – intervenne il piccolo Jhoshua.
- Esatto – confermò Roland, sporgendosi leggermente in avanti per guardare intensamente negli occhi il nipote.
- Quelle forme, di cui parlava il libro di incantesimi che Daniel aveva trovato, erano proprio fate!
Quegli esseri meravigliosi racchiudevano l’energia intellettiva sottratta ai maghi. Si può dire in un certo senso che fossero l’espressione dell’intelletto di parte dell’umanità. Ecco il perché del loro nome. Le Fate del Mana!
Jasmine ed il figlio guardavano stupefatti il vecchio uomo seduto sulla grande sedia in legno. Non avevano mai saputo nulla al riguardo di quelle apparentemente delicate fanciulle che svolazzavano amabili sui prati.
- Le fate sono il frutto della magia. Esse stesse sono magia. Ed energia mentale. La stessa energia che utilizzano talvolta per difesa, è alimentata dal potere che le ha generate e genera in continuazione. Capite?
- Sì – risposero madre e figlio.
- E.. cosa ne fu del crudele Daniel, nonno? – chiese Jhoshua con curiosità.
- Poco si sa di cosa fu di lui dopo quell’episodio. Si racconta che Daniel fosse riuscito a fuggire poco dopo l’invocazione, visto che non poteva immediatamente servirsi del potere che aveva generato. Alcuni dicono si sia ritirato per studiare un modo per appropriarsi del potere delle fate, altri che sia semplicemente morto, dopo una vecchiaia passata a riflettere sulla scelleratezza del proprio gesto. Certo è che, qualsiasi destino lo abbia atteso dopo quel giorno, deve essere stato un cammino di solitudine quello che ha intrapreso, reietto e bandito dalla comunità degli Uomini.
- Quindi non è riuscito ad impossessarsi del potere sottratto ai maghi!
- No Jhoshua. Come possiamo constatare quotidianamente, le fate conservano ancora il loro splendore, pari solo al loro mite potere. Il potere dell’intelletto!
- E allora perché – intervenne Jasmine – le fate si stanno allontanando dalle zone che da anni hanno popolato?
- Non lo capite? – chiese pleonastico Roland, guardando i suoi familiari.
- Viviamo in un mondo dove l’intelligenza umana sempre più pare andar perduta nelle nuove generazioni. Guardate la maggioranza dei maghi che passano per la capitale! Sembrano cacciatori intenti a mirare la balestra solo per ricavare pelli di mostri o altri elementi. Mercanti dell’ingegno, più che fini studiosi, maestri nella parola tanto quanto un bravo teatrante, piuttosto che raffinati gestori degli eterei elementi! Datemi retta… quelli che si vedono oggi, sono sempre meno degni del nome di .. Mago!
Le fate del mana si allontanano tanto quanto si allontana l’intelligenza dagli uomini. Intelligenza e cultura vanno di pari passo. Le fate da sempre sono state un indicatore per gli uomini. Oggi abbiamo perso la capacità di vedere. E le fate fuggono.
Non è più tempo per quelle creature meravigliose. Sembra che il tempo sia a disposizione solo e soltanto per accaparrare quante più risorse possibili.
L’umanità si sta inaridendo come un torrente al sole estivo. E le fate con essa!
- Jhoshua, tu sei ancora giovane – continuava Roland, rivolto al nipote – non dimenticare mai il potere che racchiudi nella testa, nel tuo spirito. Studia, sii curioso, poni sempre domande, applicati con costanza affinché il potere della cultura e dell’intelligenza sia perpetrato tra le genti. Dà sempre il tuo contributo affinché le fate non si allontanino dai popoli. Perché, allora, sarà la fine di tutti noi!
Il piccolo guardava con fascino e lieve incomprensione il nonno, mentre il fuoco andava spegnendosi lasciando fumo odoroso a manifestare gli ultimi singulti del caldo esercizio.
- Su adesso va a letto che altrimenti tua madre se la prende con me! – sorrise Roland aspirando profondamente l’ultimo tiro di pipa.
Dalla coltre di fumo che emise espirando, vide i due familiari alzarsi dalle rispettive posizioni.
- Buonanotte – gli augurarono la figlia ed il nipote.
- Buonanotte a voi miei cari! – rispose salutando con un gesto della mano.
Roland andò verso quel che rimaneva del fuoco e vi svuotò il carbonizzato contenuto della pipa.
Alzò lo sguardo verso la finestra. Fuori, nel prato buio illuminato dai raggi della luna, riconobbe le sagome danzanti delle fate. Sorrise e si voltò per andare verso la stanza da letto.
Pensò al giorno in cui Daniel privò i maghi del loro potere. Pensò alla nascita delle fate. Pensò a quelle leggende.
Per altri. Perché per lui erano ricordi! Di molto, molto tempo prima.
Sogno di una notte di mezz’estate cittadina
0I fari marciano al ritmo del vento
Illuminando una strada di sputi e cemento.
Guido nella bonaccia di un deserto di città. Il semaforo in fondo alla strada strizza il suo occhio di vetro, come un vecchio pirata ricurvo sulla schiena che esegue una stanca posa da guercio. Posso passare. Non che ce ne sia bisogno, certo, la via è vuota. Un mare davanti, attorno a me. Le saracinesche si susseguono una dopo l’altra, chiuse, come balene dalle fauci serrate, a nascondere tesori fantasiosi. Il bollore che avverto sulla pelle, quello accumulato di giorno e restituito dall’asfalto, mi ricorda che sono vivo. Poche le voci, i corpi lenti che si incontrano paiono dondolare in uno spazio senza meta. Galleggiamo nel mare cittadino, spinti dalla corrente di un cielo rossastro di notte.
Questo è il momento della calma. E quello della follia. Quello del sorriso e della paura.
E’ il momento di issare le vele, guardare oltre l’orizzonte che non c’è, e navigar via lontano. Nel silenzio. Dal silenzio. Perché in mare, anche in quello di città, non ci sono vie da seguire. La rotta rincorre la scia del pensiero. E della fantasia.
Buonanotte sognatori, di questo mare di città.
1 mese fa
