Archivio di gennaio, 2010

Le Cure Palliative, “medicina umana”

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Approvata dal Senato, la legge sulle Cure Palliative e terapia del dolore ritorna alla Camera per l’approvazione.

Leggi questo articolo che fa luce su un problema antico con straordinaria lucidità!

L’ultimo compleanno

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Mi chiedo. Come dev’essere festeggiare un compleanno e sapere che sarà l’ultimo?

Frequento da un anno uno degli hospice (un giorno scriverò di più in merito, per ora basti dire che si tratta di un ricovero per malati terminali) della città in cui vivo. Ieri, al sole di una bella giornata d’inverno, uno dei pazienti ha festeggiato 88 anni portati benissimo. Mentre eravamo tutti assieme, operatori, pazienti e familiari nel salotto della struttura a brindare in suo onore, un sorriso solare e sincero si faceva largo dalle rughe attorno alla sua bocca. In piedi in mezzo al gruppo di persone, innalzava il suo bicchiere di plastica, riflettendo il nero del Porto nell’iride azzurra, resa più ampia dall’effetto miotico degli analgesici, e salutava tutti ringraziando.
Cosa sarà passato per la testa di quell’uomo in quei minuti, in mezzo a quella gente? Persone a lui vicine, ma fondamentalmente sconosciuti, raccolti lì attorno per via della sua malattia.
Come dev’essere ricevere complimenti per l’età, auguri di buon compleanno e sapere che probabilmente quello sarà l’ultimo festeggiato nella sua vita? Certo, per le persone lì ricoverate ogni giorno può essere l’ultimo, ma un compleanno… Sono quelle tappe obbligate che spingono a domandarsi qualche perché sul tempo, un po’ come passare dal VIA al Monopoli.
E allora perché?
Beh forse perché in certe situazioni le prospettive cambiano. Forse mi pongo io la domanda sbagliata.
Perché un simile compleanno? Perché si è felici di esserci. A 88 anni. Perché quando una malattia giudicata inguaribile sta per coglierti nel freddo abbraccio di cellule impazzite, ogni giorno che passa può essere un giorno vissuto. Perché per queste persone l’inganno dell’immortalità svanisce. Quel che resta, per chi riesce a coglierlo, è forse la semplice bellezza delle cose. La bellezza dell’esserci.

E allora auguri. Auguri vivissimi per i tuoi 88 anni. Che tu sia felice. Che poi è tutto…

Dal dottore…

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Mi domando, cos’è che spinge così tante persone dal medico? La tosse, il dolorino, un po’ di catarro, una punta di febbre, il rossore, la bottarella. Uomini, donnne, giovani e meno giovani si ritrovano inconsapevolmente in un terapeutico rituale collettivo, un piccolo esercito mosso da… cosa? Dolore? Paura? Insicurezza? Dubbio?

Sicuramente molteplici e diversi sono i motivi che possono spingere una persona a farsi un’ora di macchina nel traffico cittadino per parlare di una tosse iniziata solo due giorni prima. Penso ai nostri nonni e mi domando loro come risolvevano due colpi di tosse. Mi chiedo quale sia la qualità di vita da ricercare. Quella nostra, frutto di una medicina ultra-specialistica, che porta la gente a non confidare più nei propri mezzi, ma a riporre le proprie paure verso un camice bianco, oppure quella dei nostri avi che sì, magari morivano prima, ma – mi viene da credere – forse meglio, nel contesto di una migliore qualità di vita?
Già Ivan Illich nel suo Nemesi Medica parlava di una società, quella dei paesi industrializzati, sempre più medicializzata ed insicura. Chi porta  a cosa?! La società penso si muova assieme alle proprie dinamiche. Così un popolo insicuro porta ad una medicalizzazione sempre più spinta, mentre a sua volta l’eccessiva spinta sanitaria porta la società a sentirsi sempre meno sicura, sempre meno self-confident. In più abbiamo la TV a moltiplicare tutti i processi. Hai un rumorino di pancia?! Non vai al gabinetto da un giorno? Prendi lo yogurt promosso dall’avvenente donna di turno e tutto andrà meglio! Hai il raffreddore? La pastiglia da sciogliere nell’acqua, con tutte quelle belle bollicine ti farà bene! Dolori influenzali? Altra pasticca e vai in scioltezza! E così via, il tutto condito da trasmissioni che affrontano i temi medici con più o meno serietà che caldamente ti invitano a non sottovalutare nulla ed a rivolgerti sempre di più a diverse figure sanitarie.
Credo sia un po’ come educare un figlio. Crescilo standogli sempre dietro, facendo le cose per lui – seppur in ovvia buona fede – controllando quel che fa, tutelandolo e lui potrà sviluppare un senso di impotenza, di imbecillità; per la serie “se non mi lasciano fare nulla, vuol dire che sono stupido!?”. Ecco credo la società si muova in maniera similare. Un’eccessiva tutela priva le persone della propria sicurezza, nascone le personali capacità.

Ecco quindi che il signor Rossi, uomo grande e grosso, si piega davanti al bisogno di sentirsi dire che quella tosse che ha non è nulla se non un po’ di infiammazione legata alla stagione fredda. Ecco che la signora Maria chiede le supposte perché è solo un giorno che non va d’intestino. Ecco che Francesco, giovane chitarrista hard-rock, dal vestito nero, al medio un anello col teschio, si domanda se il polso che gli fa male dopo aver preso una “bottarella” pochi giorni prima abbia qualcosa che non va. E via, e via, e via… la liturgia della salute procede col proprio confessionale di cure.
Quando lavorerò mi piacerebbe sforzarmi ad aiutare le persone che si rivolgeranno a me a recuperare un minimo di amor proprio, a sapersela cavare – la dove possibile ovviamente – da soli. A sentirsi più autonomi e, in fin dei conti, più liberi. Perché la tosse sia sempre un sintomo importante di cui tener conto, ma che non diventi una schiavitù.

Esserci o non esserci?

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Riconsegnato il secondo libretto del Tirocinio alla segreteria e ritirato il terzo, l’ultimo per l’ultimo mese. Colore verde. Tirocinio presso un medico di medicina generale. Così in questi giorni alterno l’assurdità delle domande per l’Esame di Stato (scoprendo tra l’altro l’esistenza di fantomatiche cellule di Clara nell’albero respiratorio) alla frequentazione in ambulatorio assieme ad una (bravissima e dolce) dottoressa, medico di famiglia.

Anche oggi ero lì, quando, annunciata da un cognome registrato a mano su una lista di visite, entra una signora di mezza età, dai capelli biondi un po’ stinti alla radice. Si volta verso di noi dopo aver chiuso lentamente la porta e, mentre mi alzo per presentarmi, noto in lei uno sguardo spento come le luci al neon sul soffitto. Rughe lunghe e profonde le solcano il viso, incorniciando la bocca in un lento abbraccio di tristezza. La signora si siede e capisco dalle prime battute  tra lei e la dottoressa che un lutto di qualche tipo deve averla colpita di recente. Il colloquio va avanti. Con lo sguardo passo dagli occhi della signora, che si fanno via via più lucidi, al suo naso aquilino per scendere, come un abile sciatore, lungo canaloni di rughe che si congiungono al di sotto del mento.
Mentre resto concentrato sulle loro parole, mi accorgo di una cosa. Piuttosto che partecipare al loro dialogo, piuttosto che interessarmi di quel che stava accadendo, mi soffermo su un pensiero che ronza nelle orecchie come una zanzara in una notte d’estate. La signora non mi considera nemmeno di striscio!
Ora, pensando al tenore della conversazione, all’intimità tra le due donne, consolidata dagli anni di assistenza, per non parlare della conoscenza dei fatti, non avrebbe dovuto stupirmi un simile comportamento. Invece, chissà perché, mentre ero lì, mi dava fastidio che la donna non mi degnasse neppure di uno sguardo. Io c’ero, ero lì, perché lei non se ne accorgeva?!
Smanetto mentalmente, cerco di smuovere l’aria, mi sposto sulla sedia. Nulla. La donna si comporta come se non ci fossi!

Ripensandoci adesso. Io, in quel momento, effettivamente non c’ero! Il mio corpo era lì, il mio sedere effettivamente poggiava sulla seggiola, ma la mia mente, e forse qualcos’altro, no.
Ero distante da quel momento, da quella conversazione. In ultima analisi ero lontano dalla signora. Certo lei si rivolgeva verso la dottoressa, la “sua” dottoressa. Ma io, dov’ero? Ho avuto la costanza di “esserci”?! O mi sono offeso come un ragazzino messo in disparte durante un gioco?
Se fossi stato più presente, veramente presente, sarebbe cambiato qualcosa?! Forse no. Ma i conti con me stesso sarebbero stati diversi.

Propositi per il futuro.
Cercare di esserci sempre, con disponibilità, provando a mettere da parte il mio Io che riporta tutto su di sé…

Estremamente logorroica. O no?!

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Nel reparto di medicina interna dove sono stato il mese precedente avevano un’utile abitudine. Stilare quotidianamente dei “rapportini” per ogni paziente, in cui vengono riassunte le caratteristiche salienti in merito all’orientamento diagnostico, gli esami da fare ed in corso ed altri dettagli utili per snellire le consegne al cambio turno.
E’ così che un lunedì mattina, arrivando in reparto dopo il fine settimana, vedo che alla 30/2 era arrivata una nuova paziente.  Lucia. “Episodio di sincope post-prandiale” diceva il rapportino. Così abbottono il camice raggrinzito dalla settimana precedente e mi avvio verso il corridoio lucido di linoleum in direzione della sua camera.
Mi affaccio alla porta della camera ed al secondo letto, quello prospiciente l’ampia vetrata, vedo una signora dai capelli biondi, raccolti in una crocchia, vestita con una bella vestaglia di seta di un celeste molto chiaro.
“Buongiorno” dico montando un sorriso che non si addice al mio essere a quell’ora di mattina. “Dottor tal dei tali”  mi presento andando verso il suo letto, col sorriso ben incastonato tra i denti. Lei si volta lentamente, mostrandomi due occhietti del medesimo colore della vestaglia.
“Buongiorno a lei” risponde Lucia con fare incerto. Ci mettiamo a parlare del più e del meno. Perché sia giunta lì è sempre un buon argomento per cominciare le conversazioni, ho notato. Mi interesso di come stia, di cosa sia preoccupata e scopro subito che è spaventata dagli ospedali, dalle medicine e da quanto altro di meglio la classe medica ha da proporre.
“Pensi, non ho mai preso un farmaco in vita mia!” afferma con un misto tra convinzione e provocazione.
“Beh, forse è qui proprio per questo!” le rispondo con non troppa convinzione che spira tra le corde vocali.
“Eh, chissà, potrebbe essere l’ora di cominciare…”. Mi chiedo se si prenda gioco di me.
La conversazione va avanti finché non vengo richiamato “all’ordine” da un mio collega di tirocinio che mi invita a prender parte ad un aperitivo a base di ECG presso un’altra stanza. Saluto la signora e noto che nella sua stretta di mano adesso c’è più confidenza.
Ripasso da lei a fine mattinata e mi domanda inorridita cosa sia una scintigrafia miocardica, il primo dei giochi propostole dalla primaria. Benvenuta nel parco dei divertimenti. E non si paga neppure il biglietto! Mentre mi arzigogolo in fantomatiche spiegazioni circa il ruolo dei radio-nuclidi, di come il danno che esercitano sia paragonabile a non so quante migliaia di giornate di esposizione al sole – quindi praticamente innocui – di come si veda il cuore con questo esame e perché la boss gliel’abbia indicato, arrivano i suoi familiari. Una piccola tribù di ansiosi. Li saluto con garbo e mi dileguo.
Mentre saluto gli specializzandi e mi tolgo il vestito in maschera, penso alla povera Lucia in balia dei camici bianchi, alla sua ansia ed ostilità nei confronti della scienza medica; penso all’angoscia della figlia ansiosa (oltre che ansiogena) che ha fatto chiamare l’ambulanza, costringendo la mamma ad un ricovero per lei forzato. Il TSO della paura, la commedia degli inganni.

La mattina dopo torno in reparto, stampo il nuovo rapportino, lo scorro leggendo le novità come fosse il quotidiano nazionale, e alla 30/2 leggo, più o meno testualmente “… paziente estremamente logorroica … poco compliante alla terapia …”.
Mi ha fatto molto pensare quel termine usato da chi ha stilato quel rapporto: logorroica. Estremamente!
Certo, logorroica lo è, ma perché?! Forse per la paura di essere lì, circondata da sconosciuti, in un ambiente che ritiene ostile, nonostante capisca che è lì per il “suo bene”?!

I pazienti, le persone non sono, ma appaiono. Appaiono ad altre persone, i medici, gli infermieri, i sanitari che li hanno in cura. Ed appaiono in base a quel che mostrano a chi li osserva. E l’osservatore ci mette del suo nell’interpretare quel che vede, in base al proprio carattere, al suo vissuto, alla contingenza. Ecco quindi che un meccanismo di difesa di una donna ansiosa è avvertito come disturbo dal medico che la segue; esso ci tiene infatti a mettere in luce la logorrea, qualcosa che può essere di impedimento al “corretto” svolgimento delle operazioni, piuttosto che  un disturbo della signora, di cui il troppo parlare è solo una conseguenza. Ecco quindi che la signora Lucia appare ad occhi ed orecchie diversi come una persona differente: da una parte la Lucia debole e bisognosa di attenzione, dall’altra quella che crea difficoltà, con cui è difficile lavorare.

Come sempre, credo che la verità stia nel mezzo o, in questo caso, comprenda ambedue questi aspetti e molto altro ancora…

PS. Al termine del periodo di ricovero la signora mi ha chiesto di andare un giorno a pranzo da loro. E ora che faccio?!!

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