Archivio di marzo, 2010
Il primo giorno
0Posiziono con cura il timbro sopra il riquadro della ricetta rossa. Premo e come per magia il mio nome ed alcune sigle che dovrebbero accertare la mia identità sanitaria si stampano sul foglio di carta filigranata. Poi mi metto a scrivere incerto il contenuto della ricetta. Alzo la mano dal foglio e scopro che il bordo destro è tutto imbrattato di inchiostro. Così pure la mia mano.
Prima lezione imparata il primo giorno di ambulatorio: il timbro, mettilo dopo aver completato la ricetta, o almeno attendi che sia sufficientemente secco!
Alla fine l’inizio è arrivato. Ieri primo pomeriggio di ambulatorio. Sostituzione di un medico di famiglia, il così detto MMG.
Ero terrorizzato all’inizio. Ho accolto tremante il primo paziente come se lo accompagnassi a spasso per il pack polare. “Prego si accomodi” credo di avergli detto cercando di ripescare il fiato fuggito con queste poche parole, come un pescatore che recupera in fretta la lenza per non perdere l’esca.
Mi mette in mano l’esito di un’esame. Lo prendo, lo scarto con cura e me lo metto davanti. Comincio a leggere quei dati come uno archeologo che si trova davanti per la prima volta ad un murales dei tempi della pietra. Calma. Respira. Sono solo parole. Già. Parole. Ed il paziente dov’è? Lì davanti a me. Alzo la testa dal foglio. Lo guardo. Ha lunghi baffi che una volta dovevano essere stati bruni. La testa allungata ed affilata. Profonde rughe che non nascondono il suo lavoro all’aria aperta. In fondo sono in un paese di campagna.
Mi guarda aspettando un responso di qualche tipo. Gli sorrido. Mi sorride imbarazzato. L’archeologo guarda meglio il murales e capisce che i simboli che ha davanti sono una lingua a lui conosciuta. Così comincio a parlarci. Gli chiedo qualcosa sulla sua storia, così per rompere il ghiaccio, il perché mi porta quegli esami. Rompiamo il ghiaccio. Il pack si sta sciogliendo.
Parliamo.
Solo dopo qualche minuto riprendo in mano i foglio. Li scorro con lo sguardo. Sono i risultati di una gastroscopia. La leggo assieme a lui, traducendogli l’astruso linguaggio come un archeologo che interpreta i geroglifici per una platea in ascolto.
Continuiamo a parlare, cerco di ascoltarlo e di rassicurarlo per quanto abbiamo letto. Se ne va sorridendo, mi dice grazie per averlo ascoltato.
Penso che cose come TAC, esami di laboratorio, EMG, EEG, ECG, RMN, EGDS ed altre sigle di questo tenore siano importanti. Ma non possiamo, credo, nasconderci dietro a lastre e fogli di carta quando il paziente è seduto davanti a noi. Credo il medico debba essere come una spugna che assorbe. Fluido come il liquido che viene assorbito. Credo, in buona sostanza, che il primo passo per curare una persona, sia riuscire ad ascoltarla. Non sentirla con le orecchie, ma ascoltarla. L’ascolto non è una mera applicazione dei sensi, ma una tensione dell’animo. Condivisione. Con la giusta dose di distacco perché lui non è noi, benché si cerchi di compenetrarsi.
Insomma l’ascolto è un’alchimia! Quando si riesce ad applicarla, si ricava oro dalla sostanza grezza.
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1 mese fa
