Archivio di aprile, 2010

Essere medico

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Cosa significa essere medico? Qual’è il suo ruolo?! Me lo chiedo spesso ultimamente. Capita quando ti confronti con gli altri, quando ci parli, quando li vedi agire. Qual’è l’obiettivo del medico. Curare? Guarire?
Sembra di sì talvolta. “Cosa vuoi fare?” Capita che mi chiedano. “Le cure palliative” rispondo. E’ allora che vedo le labbra dipingere un ghigno di sufficienza e la bocca esclamare: “Ma come, così giovane… tanti anni di studio per poi non curare la gente!”.
Curare e guarire. Di nuovo. Non sei medico se non guarisci?
Allora, beh, mi spiace ma credo che ce ne siano pochi di medici a giro. No, non perché non siano capaci di guarire dalle malattie. Semplicemente perché poche sono le affezioni dalle quali si può guarire. Si curano le malattie infettive, la dove c’è un microrganismo responsabile che può essere sconfitto. Si possono raccomodare le ossa rotte, i traumi. Si può prevenire certo. Ma curare una volta che la malattia, il fattore eziologico ha colpito?! Mi guardo intorno e vedo solo tanti malati cronici: cardiopatici, scompensati, BPCO, cancri, neuropatici cronici, dementi, ecc…
Ecco cosa fa la medicina di oggi: allunga la vita. Ma riesce a guarire?! Le statistiche parlano sempre delle solite cause di morte. Si mettono toppe. Ma non si guarisce. Si allunga solo il tempo che ci separa dalla morte. Spesso riducendo in maniera sostanziale la qualità della vita. Basta vedere i nostri nonni.
Allora. Qual’è il ruolo del medico, se solo in casi sporadici riesce a guarire?! Certo provarci. Prevenire quando possibile. E nel mentre?!
Credo che prendersi cura delle persone sia il motore immobile di tutta la nostra attività. E prendersi cura non significa solo prescrivere farmaci ed accertamenti. Prendersi cura per me vuol dire provare ad Esserci, ad Accogliere. Un sorriso, l’ascolto attivo, perché no anche un abbraccio, commuoversi con la persona se qualcosa si smuove in noi, questo per me è anche essere medico. Per questo non credo che seguire il filone delle cure palliative sia gettare nel cesso 6 anni di medicina. Penso che impegnarsi per migliorare la qualità della vita delle persone sia un obiettivo della medicina, non peggiorarla. Credo che accompagnare le persone lungo il cammino della vita sia il ruolo sì del medico, ma prima di tutto dell’uomo. Ecco perché mi piacciono le cure palliative. Perché mi fanno sentire uomo.

Umano.

Ad ognuno il proprio tempo

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“Si chiama Mario, è un ex infermiere, un tipo tosto, gli piace gestirsi da sé”. Così il capo-sala (o coordinatore infermieristico, come li chiamano adesso) mi descrive un paziente che potrei vedere al day hospital oncologico, per via del dolore non controllato.
Esco dalla sua stanza e chiedo del paziente ad un’infermiera. Mi porta nella sala delle chemio, una delle due, una stanza pressoché quadrata con otto letti affacciati a quattro a quattro, tipo uno scompartimento dei treni di pochi anni fa, quelli in cui ancora i finestroni si potevano abbassare. Mi conduce davanti ad un uomo anziano, avrà più o meno 70 anni, i capelli grigi, mossi dal cuscino della notte, sembrano non aver incontrato il pettine questa mattina.
“Buongiorno” gli dico.
“Buongiorno a lei” mi risponde lui, non troppo convinto. Mi presento. Sono il medico per il dolore, dico quasi sempre. Potrebbe essere poco carino presentarsi come quello delle cure palliative, quelle per i malati di cancro giudicati (da chi?) senza possibilità di guarigione.
“Come si sente oggi?” provo a chiedere. Lui scrolla le spalle.
“Ma – quasi con disinteresse – così! Sto aspettando di andare a fare un RX”. Si volta e chiama la moglie. Taglia corto con le parole e con i gesti. Mi irrigidisco, sentendomi di troppo. Nel frattempo arriva la moglie ad avvisarlo che è tempo di scendere. I raggi lo attendono. La nostra conversazione non è andata molto avanti. Sì, ha dolore, sì ha preso dei farmaci per gestirlo, no, non fanno molto effetto. Pochi dati scambiati di fretta come le palle di un giocoliere da una mano all’altra.
“Arrivederci. Se quando torna vuole parlare mi trova qui” gli dico mentre la moglie gira la carrozzina puntando verso l’uscita. Lui mi fa un cenno di saluto tenendosi con una mano al bracciolo. I raggi lo attendono. L’oracolo che parlerà con simboli in chiaro-scuro di nuove metastasi. O forse no?
Mi volto per andare a prendere un caffè. Convinto di non rivedere Mario. Ma mi sbaglio. Tempo un’ora e la sagoma della carrozzina si profila attraverso il vetro smerigliato della porta del reparto. Gli vado incontro. La moglie mi sorride. Mi offro di spingere Mario e lei accetta. E’ stanca e, pare, spaventata. Lui sembra invece più rilassato. Il caldo abbraccio penetrante dei raggi X sembra averlo reso più leggero.
“Ha voglia di parlare?” Gli chiedo mentre spingo lentamente la carrozzina ed il suo corpo verso il fondo del corridoio, senza una meta ben precisa in testa. Per ora.
“Certo, sono tornato apposta” mi dice sempre con decisione. La moglie mi sorride nuovamente.
“Andiamo allora” e svolto in uno degli uffici.

Mario, sua moglie ed io avevamo bisogno ciascuno del nostro tempo. Lui aveva bisogno di scavalcare l’ostacolo, di affrontare l’esame, io di sentirmi accettato, e lei, la moglie, di potersi fidare. Ciascuno di noi aveva bisogno delle proprie sicurezze. Da poter condividere.

Non so se riuscirò a gestire il dolore di Mario, ma ci proverò. Avrò bisogno di tutto il suo aiuto, come gli ho spiegato. Spero che comprenda. Intanto l’RX ha mostrato una frattura. La metastasi ci fa sapere che c’è ed ha intenzione di non lasciarsi sfuggire quest’occasione. E Mario e sua moglie ancora non lo sanno…

Misurare il dolore

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Quando anche spostare il segnalino della VAS su un numero della scala rappresenta l’affermazione di un problema. Il dolore c’è, qualcosa di indefinito e spesso indefinibile che attanaglia le membra. Sta li, cova ed ogni tanto graffia come un gatto che reclama il suo cibo. Strisca come un serpente e talvolta morde. Per paura, per orgoglio o forse solo perché questa è la sua entità. Dare un valore, un numero quantificabile, significa ammettere che il dolore c’è ed è forte. Significa dargli il valore della presenza. E’ come chiamarlo per nome. Avvicinarlo a sé. Troppo per alcuni. Meglio restare nel vago. Non presentarsi. Piacere Carlo. Piacere Dolore. No meglio un cenno e via. Cosa significa?! Vorrei avere le risposte, vorrei portare un aiuto, ma non posso. Combatto con i mezzi che la chimica offre. E spesso non bastano. Cerco di esserci. E’ sufficiente?!

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