Articoli con tag dolore

La morfina

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La più bella invenziona dell’uomo? La morfina, senza dubbio. L’oblio, garantito chimicamente, della carne che stride, strepita e grida, il sopore donato al raccapriccio dell’insonnia, la tenda bianca tirata sul dolore quando si darebbe qualsiasi cosa purché smetta, anche solo un momento, il travaglio orrendo della malattia.

Tratto da:

Tutti i bambini tranne uno
di Philippe Forest, tradotto da Gabriella Bosco
ALET edizioni

Ad ognuno il proprio tempo

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“Si chiama Mario, è un ex infermiere, un tipo tosto, gli piace gestirsi da sé”. Così il capo-sala (o coordinatore infermieristico, come li chiamano adesso) mi descrive un paziente che potrei vedere al day hospital oncologico, per via del dolore non controllato.
Esco dalla sua stanza e chiedo del paziente ad un’infermiera. Mi porta nella sala delle chemio, una delle due, una stanza pressoché quadrata con otto letti affacciati a quattro a quattro, tipo uno scompartimento dei treni di pochi anni fa, quelli in cui ancora i finestroni si potevano abbassare. Mi conduce davanti ad un uomo anziano, avrà più o meno 70 anni, i capelli grigi, mossi dal cuscino della notte, sembrano non aver incontrato il pettine questa mattina.
“Buongiorno” gli dico.
“Buongiorno a lei” mi risponde lui, non troppo convinto. Mi presento. Sono il medico per il dolore, dico quasi sempre. Potrebbe essere poco carino presentarsi come quello delle cure palliative, quelle per i malati di cancro giudicati (da chi?) senza possibilità di guarigione.
“Come si sente oggi?” provo a chiedere. Lui scrolla le spalle.
“Ma – quasi con disinteresse – così! Sto aspettando di andare a fare un RX”. Si volta e chiama la moglie. Taglia corto con le parole e con i gesti. Mi irrigidisco, sentendomi di troppo. Nel frattempo arriva la moglie ad avvisarlo che è tempo di scendere. I raggi lo attendono. La nostra conversazione non è andata molto avanti. Sì, ha dolore, sì ha preso dei farmaci per gestirlo, no, non fanno molto effetto. Pochi dati scambiati di fretta come le palle di un giocoliere da una mano all’altra.
“Arrivederci. Se quando torna vuole parlare mi trova qui” gli dico mentre la moglie gira la carrozzina puntando verso l’uscita. Lui mi fa un cenno di saluto tenendosi con una mano al bracciolo. I raggi lo attendono. L’oracolo che parlerà con simboli in chiaro-scuro di nuove metastasi. O forse no?
Mi volto per andare a prendere un caffè. Convinto di non rivedere Mario. Ma mi sbaglio. Tempo un’ora e la sagoma della carrozzina si profila attraverso il vetro smerigliato della porta del reparto. Gli vado incontro. La moglie mi sorride. Mi offro di spingere Mario e lei accetta. E’ stanca e, pare, spaventata. Lui sembra invece più rilassato. Il caldo abbraccio penetrante dei raggi X sembra averlo reso più leggero.
“Ha voglia di parlare?” Gli chiedo mentre spingo lentamente la carrozzina ed il suo corpo verso il fondo del corridoio, senza una meta ben precisa in testa. Per ora.
“Certo, sono tornato apposta” mi dice sempre con decisione. La moglie mi sorride nuovamente.
“Andiamo allora” e svolto in uno degli uffici.

Mario, sua moglie ed io avevamo bisogno ciascuno del nostro tempo. Lui aveva bisogno di scavalcare l’ostacolo, di affrontare l’esame, io di sentirmi accettato, e lei, la moglie, di potersi fidare. Ciascuno di noi aveva bisogno delle proprie sicurezze. Da poter condividere.

Non so se riuscirò a gestire il dolore di Mario, ma ci proverò. Avrò bisogno di tutto il suo aiuto, come gli ho spiegato. Spero che comprenda. Intanto l’RX ha mostrato una frattura. La metastasi ci fa sapere che c’è ed ha intenzione di non lasciarsi sfuggire quest’occasione. E Mario e sua moglie ancora non lo sanno…

Misurare il dolore

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Quando anche spostare il segnalino della VAS su un numero della scala rappresenta l’affermazione di un problema. Il dolore c’è, qualcosa di indefinito e spesso indefinibile che attanaglia le membra. Sta li, cova ed ogni tanto graffia come un gatto che reclama il suo cibo. Strisca come un serpente e talvolta morde. Per paura, per orgoglio o forse solo perché questa è la sua entità. Dare un valore, un numero quantificabile, significa ammettere che il dolore c’è ed è forte. Significa dargli il valore della presenza. E’ come chiamarlo per nome. Avvicinarlo a sé. Troppo per alcuni. Meglio restare nel vago. Non presentarsi. Piacere Carlo. Piacere Dolore. No meglio un cenno e via. Cosa significa?! Vorrei avere le risposte, vorrei portare un aiuto, ma non posso. Combatto con i mezzi che la chimica offre. E spesso non bastano. Cerco di esserci. E’ sufficiente?!

Dal dottore…

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Mi domando, cos’è che spinge così tante persone dal medico? La tosse, il dolorino, un po’ di catarro, una punta di febbre, il rossore, la bottarella. Uomini, donnne, giovani e meno giovani si ritrovano inconsapevolmente in un terapeutico rituale collettivo, un piccolo esercito mosso da… cosa? Dolore? Paura? Insicurezza? Dubbio?

Sicuramente molteplici e diversi sono i motivi che possono spingere una persona a farsi un’ora di macchina nel traffico cittadino per parlare di una tosse iniziata solo due giorni prima. Penso ai nostri nonni e mi domando loro come risolvevano due colpi di tosse. Mi chiedo quale sia la qualità di vita da ricercare. Quella nostra, frutto di una medicina ultra-specialistica, che porta la gente a non confidare più nei propri mezzi, ma a riporre le proprie paure verso un camice bianco, oppure quella dei nostri avi che sì, magari morivano prima, ma – mi viene da credere – forse meglio, nel contesto di una migliore qualità di vita?
Già Ivan Illich nel suo Nemesi Medica parlava di una società, quella dei paesi industrializzati, sempre più medicializzata ed insicura. Chi porta  a cosa?! La società penso si muova assieme alle proprie dinamiche. Così un popolo insicuro porta ad una medicalizzazione sempre più spinta, mentre a sua volta l’eccessiva spinta sanitaria porta la società a sentirsi sempre meno sicura, sempre meno self-confident. In più abbiamo la TV a moltiplicare tutti i processi. Hai un rumorino di pancia?! Non vai al gabinetto da un giorno? Prendi lo yogurt promosso dall’avvenente donna di turno e tutto andrà meglio! Hai il raffreddore? La pastiglia da sciogliere nell’acqua, con tutte quelle belle bollicine ti farà bene! Dolori influenzali? Altra pasticca e vai in scioltezza! E così via, il tutto condito da trasmissioni che affrontano i temi medici con più o meno serietà che caldamente ti invitano a non sottovalutare nulla ed a rivolgerti sempre di più a diverse figure sanitarie.
Credo sia un po’ come educare un figlio. Crescilo standogli sempre dietro, facendo le cose per lui – seppur in ovvia buona fede – controllando quel che fa, tutelandolo e lui potrà sviluppare un senso di impotenza, di imbecillità; per la serie “se non mi lasciano fare nulla, vuol dire che sono stupido!?”. Ecco credo la società si muova in maniera similare. Un’eccessiva tutela priva le persone della propria sicurezza, nascone le personali capacità.

Ecco quindi che il signor Rossi, uomo grande e grosso, si piega davanti al bisogno di sentirsi dire che quella tosse che ha non è nulla se non un po’ di infiammazione legata alla stagione fredda. Ecco che la signora Maria chiede le supposte perché è solo un giorno che non va d’intestino. Ecco che Francesco, giovane chitarrista hard-rock, dal vestito nero, al medio un anello col teschio, si domanda se il polso che gli fa male dopo aver preso una “bottarella” pochi giorni prima abbia qualcosa che non va. E via, e via, e via… la liturgia della salute procede col proprio confessionale di cure.
Quando lavorerò mi piacerebbe sforzarmi ad aiutare le persone che si rivolgeranno a me a recuperare un minimo di amor proprio, a sapersela cavare – la dove possibile ovviamente – da soli. A sentirsi più autonomi e, in fin dei conti, più liberi. Perché la tosse sia sempre un sintomo importante di cui tener conto, ma che non diventi una schiavitù.

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