Articoli con tag mare

Haiku #02

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L' Umanità.jpg (48433 byte)

Siamo il mare

Unico oceano

Di tante gocce

Sogno di una notte di mezz’estate cittadina

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I fari marciano al ritmo del vento
Illuminando una strada di sputi e cemento.

Guido nella bonaccia di un deserto di città. Il semaforo in fondo alla strada strizza il suo occhio di vetro, come un vecchio pirata ricurvo sulla schiena che esegue una stanca posa da guercio. Posso passare. Non che ce ne sia bisogno, certo, la via è vuota. Un mare davanti, attorno a me. Le saracinesche si susseguono una dopo l’altra, chiuse, come balene dalle fauci serrate, a nascondere tesori fantasiosi. Il bollore che avverto sulla pelle, quello accumulato di giorno e restituito dall’asfalto, mi ricorda che sono vivo.  Poche le voci, i corpi lenti che si incontrano paiono dondolare in uno spazio senza meta. Galleggiamo nel mare cittadino, spinti dalla corrente di un cielo rossastro di notte.
Questo è il momento della calma. E quello della follia. Quello del sorriso e della paura.
E’ il momento di issare le vele, guardare oltre l’orizzonte che non c’è, e navigar via lontano. Nel silenzio. Dal silenzio. Perché in mare, anche in quello di città, non ci sono vie da seguire. La rotta rincorre la scia del pensiero. E della fantasia.

Buonanotte sognatori, di questo mare di città.

Mare di notte

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Ti guardo, seduto nella penombra della terrazza. Ti cerco con lo sguardo, perso nel buio oltre la scogliera.
Non ci sei. T’hanno cancellato??

Il tempo è passato anche oggi con la sua cimosa sporca di secoli ad annullare i colori di un altro giorno. Ha steso ancora una volta il lenzuolo della notte sulla tua pelle per coprirne l’intima trasparenza.

Ed io sto qui ad osservarti, mare che non esisti. E’ buio lì, solo poche luci brillano sospese in aria, tremanti lumicini che ballano nel vento. Ma tu non ci sei. Non esisti per la limitata sensibilità del mio sguardo.

Forse sei lì tranquillo ad accogliere nel tuo grembo vite marine dalle mutevoli forme; stai cullando il sonno di qualche peschereccio o deliziando col tuo canto l’atto sublime di amanti nascosti. Starai carezzando gli scogli, modellando la loro sagoma con atto da ispirato scultore di forme fantasiose? O li stai schiaffeggiando con forza, punendoli per il loro ostacolare il tuo moto perenne? Può darsi che, incurante del vento che increspa la tua pelle e delle navi che, come zanzare fastidiose ti pungono con proboscidi di metallo, tenti di specchiare la rugosità di quella luna che illumina le nostre fantasie.

Non so cosa tu stia facendo; ma so che ti sto guardando mare che non ci sei più. Spero tu senta lo stesso il peso del mio sguardo, il desiderio di questa mia ricerca. Perché io, come te, sebbene nascosti, esistiamo.

Böl, Isola di Brač, Croazia
Agosto 2003

Naviganti del tempo

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barca-a-velaVivere proiettato in un tempo che non è il tuo. Piegato verso il passato, o proteso nel futuro. Ma non saldo nell’Oggi del presente.
Non siamo tutti naviganti del tempo?!
Ingannevole come un miraggio nel sole sa essere il passato, che mischia le carte dei ricordi, confondendo realtà ed invenzione.  Illusorio il futuro quando ti intrappola nei sogni, privandoti della capacità di lavorare oggi per realizzarli un domani.
La navigazione è un percorso. Si molla gli ormeggi, si segue una rotta e si giunge ad una meta. Non può esistere un arrivo senza una navigazione, non una partenza se non è seguita da un percorso. Così il tempo sa essere un inganno se non è inquadrato in un divenire. Una trappola della mente in cui talvolta può essere utile cadere e sentirsene accolti.

Un tempo ho navigato nell’oceano profondo e tempestoso dei moti dell’animo, scosso dai flutti della mente. Ho navigato in tempi lontani dal presente di allora. Tenevo la randa al lasco, diretto verso i ricordi del passato, peraltro ingannandoli di nuove rotte indicate da una bussola senz’acqua. Ho bordeggiato spesso anche nella tesa bolina controvento, cercando di puntare a obiettivi lontani ed immaginari, orizzonti sfumati nel mezzogiorno oltre i quali sperare in un approdo.

Ma il mare non si affronta senza conoscerne gli elementi, le condizioni del tempo. Una barca non si manda senza conoscerne la tecnica.
Ecco perché sono andato a scuola di vela.

Talvolta il vento riprende a soffiare. Un maestrale teso che spinge via lontano. O uno scirocco caldo che tende a languire in bonaccia. Ma sapendo come regolare le vele, sapendo prevedere, la navigazione tiene la rotta che voglio. E non importa se qualche onda improvvisa fa girare lo scafo al traverso. La bussola stavolta galleggia regolarmene puntando verso Nord. Il timone segue la mia direzione.

Oggi, posso dire, navigo nell’Oggi ricordandomi da dove sono partito e seguendo una rotta per dove andare. Finalmente.

Vento freddo dalla finestra

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Sibila il vento attraverso gli infissi, legno marcio verniciato di bianco.
Scricchiola la finestra, difficile chiuderla. Le staffe piegate non combaciano con gli anelli.
Il vento ulula la sua rabbia invernale. Fuori.
Freddo e potenza si gettano nella stanza. Un mare, impalpabile, mi affoga.
Chiudo con sforzo la finestra.
Una delle due staffe non combacia. Il legno è imbarcato.
Sento il vento, là fuori, gridare la sua minaccia.
Allunga una mano oltre lo spiraglio rimasto. Come un ladro, si insinua spalancandola ancora.
Di nuovo. L’onda del freddo mi gela e attanaglia.
Galleggio nuotando contro corrente, aggrappandomi alla maniglia malferma.
Mi spingo in alto con le gambe. Il gelo sul torace rimasto spoglio.
Ancora una spinta, un gesto rapido e la finestra è chiusa.
Legno marcio, infisso da rifare.
Il vento, lo sento, continua ad abbaiare le sue minacce la fuori.
Mosche impazzite sbattono contro il vetro, in un ottuso, ripetuto gesto istintivo.
Sono le particelle d’aria. Le vedo minacciose. Digrignano i denti divertite dalla mia impossibilità a contrastarle. Loro, piccole e maligne.
Di nuovo la carica dell’insieme. E la finestra si spalanca. E la camera si riempie. Ed io sbando, barcollo, mi sforzo.
Non cedo. Nuoto sempre contro corrente come un salmone. Balzo verso le ante afferrandole con mani stanche ma risolute.
Sbatto con rabbia quei vetri sporchi. Cade della polvere di legno.
Adesso il vento si sta placando.
Respiro ansimando. Il vento, per ora, sembra tenuto a bada. Il guinzaglio rimesso al collo. Si accuccia rosicchiando un vecchio osso.
Dovrò riparare quegli infissi un giorno o l’altro.

Cos’è cambiato

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Ricordi i giochi al mare
Gli scherzi d’estate
Avevamo pochi anni
Corte gambe sulla sabbia.

Cos’è cambiato angelo?
Il tempo ha portato
La tristezza sul tuo viso.

Ricordi il sole caldo
La barca, i seni al vento
Le vele bianche in bolina
Cono d’ombra sulla pelle.

Cos’è cambiato angelo?
Perché le tue carezze
Sono lama fredda sul braccio?

Ricordi il chiaro sorriso
Speranza e tormento
Giochi di donna, sguardi e parole.
Malizia e piacere.

Cos’è cambiato angelo?
Non è sangue d’amore
Quel che macchia il divano.

Ricordi le feste in casa
la musica forte
scalze sulla moquette
a ridere di un lui.

Cos’è cambiato angelo?
Perché balli da sola
questa danza di morte?

Perché scavi il corpo
in cerca di un’anima?
Non vedi che il male
ti avvolge più stretta?
Non senti che il peso
ti priva del respiro?

Sfila quel coltello angelo
Guarisci le ferite e asciuga il sangue.
Viviamo altri ricordi.
C’è tutto il tempo del mondo.
Torna a sentire il delicato tocco
delle carezze dello spirito.
Sentirai brividi di piacere sulla pelle.
E caldo. Il caldo del sole.

[A te che passi...]

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