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Il primo giorno

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Posiziono con cura il timbro sopra il riquadro della ricetta rossa. Premo e come per magia il mio nome ed alcune sigle che dovrebbero accertare la mia identità sanitaria si stampano sul foglio di carta filigranata. Poi mi metto a scrivere incerto il contenuto della ricetta. Alzo la mano dal foglio e scopro che il bordo destro è tutto imbrattato di inchiostro. Così pure la mia mano.

Prima lezione imparata il primo giorno di ambulatorio: il timbro, mettilo dopo aver completato la ricetta, o almeno attendi che sia sufficientemente secco!

Alla fine l’inizio è arrivato. Ieri primo pomeriggio di ambulatorio. Sostituzione di un medico di famiglia, il così detto MMG.

Ero terrorizzato all’inizio. Ho accolto tremante il primo paziente come se lo accompagnassi a spasso per il pack polare. “Prego si accomodi” credo di avergli detto cercando di ripescare il fiato fuggito con queste poche parole, come un pescatore che recupera in fretta la lenza per non perdere l’esca.

Mi mette in mano l’esito di un’esame. Lo prendo, lo scarto con cura e me lo metto davanti. Comincio a leggere quei dati come uno archeologo che si trova davanti per la prima volta ad un murales dei tempi della pietra. Calma. Respira. Sono solo parole. Già. Parole. Ed il paziente dov’è? Lì davanti a me. Alzo la testa dal foglio. Lo guardo. Ha lunghi baffi che una volta dovevano essere stati bruni. La testa allungata ed affilata. Profonde rughe che non nascondono il suo lavoro all’aria aperta. In fondo sono in un paese di campagna.
Mi guarda aspettando un responso di qualche tipo. Gli sorrido. Mi sorride imbarazzato. L’archeologo guarda meglio il murales e capisce che i simboli che ha davanti sono una lingua a lui conosciuta. Così comincio a parlarci. Gli chiedo qualcosa sulla sua storia, così per rompere il ghiaccio, il perché mi porta quegli esami. Rompiamo il ghiaccio. Il pack si sta sciogliendo.
Parliamo.
Solo dopo qualche minuto riprendo in mano i foglio. Li scorro con lo sguardo. Sono i risultati di una gastroscopia. La leggo assieme a lui, traducendogli l’astruso linguaggio come un archeologo che interpreta i geroglifici per una platea in ascolto.

Continuiamo a parlare, cerco di ascoltarlo e di rassicurarlo per quanto abbiamo letto. Se ne va sorridendo, mi dice grazie per averlo ascoltato.

Penso che cose come TAC, esami di laboratorio, EMG, EEG, ECG, RMN, EGDS ed altre sigle di questo tenore siano importanti. Ma non possiamo, credo, nasconderci dietro a lastre e fogli di carta quando il paziente è seduto davanti a noi. Credo il medico debba essere come una spugna che assorbe. Fluido come il liquido che viene assorbito. Credo, in buona sostanza, che il primo passo per curare una persona, sia riuscire ad ascoltarla. Non sentirla con le orecchie, ma ascoltarla. L’ascolto non è una mera applicazione dei sensi, ma una tensione dell’animo. Condivisione. Con la giusta dose di distacco perché lui non è noi, benché si cerchi di compenetrarsi.
Insomma l’ascolto è un’alchimia! Quando si riesce ad applicarla, si ricava oro dalla sostanza grezza.

Dal dottore…

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Mi domando, cos’è che spinge così tante persone dal medico? La tosse, il dolorino, un po’ di catarro, una punta di febbre, il rossore, la bottarella. Uomini, donnne, giovani e meno giovani si ritrovano inconsapevolmente in un terapeutico rituale collettivo, un piccolo esercito mosso da… cosa? Dolore? Paura? Insicurezza? Dubbio?

Sicuramente molteplici e diversi sono i motivi che possono spingere una persona a farsi un’ora di macchina nel traffico cittadino per parlare di una tosse iniziata solo due giorni prima. Penso ai nostri nonni e mi domando loro come risolvevano due colpi di tosse. Mi chiedo quale sia la qualità di vita da ricercare. Quella nostra, frutto di una medicina ultra-specialistica, che porta la gente a non confidare più nei propri mezzi, ma a riporre le proprie paure verso un camice bianco, oppure quella dei nostri avi che sì, magari morivano prima, ma – mi viene da credere – forse meglio, nel contesto di una migliore qualità di vita?
Già Ivan Illich nel suo Nemesi Medica parlava di una società, quella dei paesi industrializzati, sempre più medicializzata ed insicura. Chi porta  a cosa?! La società penso si muova assieme alle proprie dinamiche. Così un popolo insicuro porta ad una medicalizzazione sempre più spinta, mentre a sua volta l’eccessiva spinta sanitaria porta la società a sentirsi sempre meno sicura, sempre meno self-confident. In più abbiamo la TV a moltiplicare tutti i processi. Hai un rumorino di pancia?! Non vai al gabinetto da un giorno? Prendi lo yogurt promosso dall’avvenente donna di turno e tutto andrà meglio! Hai il raffreddore? La pastiglia da sciogliere nell’acqua, con tutte quelle belle bollicine ti farà bene! Dolori influenzali? Altra pasticca e vai in scioltezza! E così via, il tutto condito da trasmissioni che affrontano i temi medici con più o meno serietà che caldamente ti invitano a non sottovalutare nulla ed a rivolgerti sempre di più a diverse figure sanitarie.
Credo sia un po’ come educare un figlio. Crescilo standogli sempre dietro, facendo le cose per lui – seppur in ovvia buona fede – controllando quel che fa, tutelandolo e lui potrà sviluppare un senso di impotenza, di imbecillità; per la serie “se non mi lasciano fare nulla, vuol dire che sono stupido!?”. Ecco credo la società si muova in maniera similare. Un’eccessiva tutela priva le persone della propria sicurezza, nascone le personali capacità.

Ecco quindi che il signor Rossi, uomo grande e grosso, si piega davanti al bisogno di sentirsi dire che quella tosse che ha non è nulla se non un po’ di infiammazione legata alla stagione fredda. Ecco che la signora Maria chiede le supposte perché è solo un giorno che non va d’intestino. Ecco che Francesco, giovane chitarrista hard-rock, dal vestito nero, al medio un anello col teschio, si domanda se il polso che gli fa male dopo aver preso una “bottarella” pochi giorni prima abbia qualcosa che non va. E via, e via, e via… la liturgia della salute procede col proprio confessionale di cure.
Quando lavorerò mi piacerebbe sforzarmi ad aiutare le persone che si rivolgeranno a me a recuperare un minimo di amor proprio, a sapersela cavare – la dove possibile ovviamente – da soli. A sentirsi più autonomi e, in fin dei conti, più liberi. Perché la tosse sia sempre un sintomo importante di cui tener conto, ma che non diventi una schiavitù.

Esserci o non esserci?

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Riconsegnato il secondo libretto del Tirocinio alla segreteria e ritirato il terzo, l’ultimo per l’ultimo mese. Colore verde. Tirocinio presso un medico di medicina generale. Così in questi giorni alterno l’assurdità delle domande per l’Esame di Stato (scoprendo tra l’altro l’esistenza di fantomatiche cellule di Clara nell’albero respiratorio) alla frequentazione in ambulatorio assieme ad una (bravissima e dolce) dottoressa, medico di famiglia.

Anche oggi ero lì, quando, annunciata da un cognome registrato a mano su una lista di visite, entra una signora di mezza età, dai capelli biondi un po’ stinti alla radice. Si volta verso di noi dopo aver chiuso lentamente la porta e, mentre mi alzo per presentarmi, noto in lei uno sguardo spento come le luci al neon sul soffitto. Rughe lunghe e profonde le solcano il viso, incorniciando la bocca in un lento abbraccio di tristezza. La signora si siede e capisco dalle prime battute  tra lei e la dottoressa che un lutto di qualche tipo deve averla colpita di recente. Il colloquio va avanti. Con lo sguardo passo dagli occhi della signora, che si fanno via via più lucidi, al suo naso aquilino per scendere, come un abile sciatore, lungo canaloni di rughe che si congiungono al di sotto del mento.
Mentre resto concentrato sulle loro parole, mi accorgo di una cosa. Piuttosto che partecipare al loro dialogo, piuttosto che interessarmi di quel che stava accadendo, mi soffermo su un pensiero che ronza nelle orecchie come una zanzara in una notte d’estate. La signora non mi considera nemmeno di striscio!
Ora, pensando al tenore della conversazione, all’intimità tra le due donne, consolidata dagli anni di assistenza, per non parlare della conoscenza dei fatti, non avrebbe dovuto stupirmi un simile comportamento. Invece, chissà perché, mentre ero lì, mi dava fastidio che la donna non mi degnasse neppure di uno sguardo. Io c’ero, ero lì, perché lei non se ne accorgeva?!
Smanetto mentalmente, cerco di smuovere l’aria, mi sposto sulla sedia. Nulla. La donna si comporta come se non ci fossi!

Ripensandoci adesso. Io, in quel momento, effettivamente non c’ero! Il mio corpo era lì, il mio sedere effettivamente poggiava sulla seggiola, ma la mia mente, e forse qualcos’altro, no.
Ero distante da quel momento, da quella conversazione. In ultima analisi ero lontano dalla signora. Certo lei si rivolgeva verso la dottoressa, la “sua” dottoressa. Ma io, dov’ero? Ho avuto la costanza di “esserci”?! O mi sono offeso come un ragazzino messo in disparte durante un gioco?
Se fossi stato più presente, veramente presente, sarebbe cambiato qualcosa?! Forse no. Ma i conti con me stesso sarebbero stati diversi.

Propositi per il futuro.
Cercare di esserci sempre, con disponibilità, provando a mettere da parte il mio Io che riporta tutto su di sé…

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