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Impressionante lentezza

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Correre, più veloci, sempre più veloci. Fare presto, fare prima. Ci muoviamo spesso in maniera sconclusionata, ci affrettiamo alla continua rincorsa delle “cose da fare”. Ci creiamo continuamente mete da raggiungere. Bene. Ma di corsa. Male?
Camminare permette di osservare, capire, farsi domande. Correre ci costringe invece a guardare attentamente davanti a sé, per non rischiar di cadere!

Questi pensieri si sono curiosamente incrociati poco fa mentre leggevo un po’ di storia della Fotografia. Un signore di nome Louis Daguerre, a cavallo tra il Settecento e l’Ottocento, ha inventato un sistema di esposizione fotografica che da lui prende il nome: dagherrotipo.
Uno di questi dagherrotipi è il ritratto del Boulevard du Temlple, visibile da una delle finestre dell’ufficio di Daguerre.

La tecnica fotografica in questione costringeva a lunghi tempi di esposizione. Come tale, tutto ciò che è in movimento sufficientemente rapido sparisce come per magia dal fotogramma. Ecco quindi che, visti i tempi necessari per un dagherrotipo, dalla posa sono evaporati i carri, i cavalli e le persone che sicuramente affollavano il Boulevard in pieno giorno. Di loro restano solo ombre, vaghe macchie sulla lastra di rame.
Tutti? In realtà no. Aguzzando la vista si può osservare che le uniche persone impressionate sono il calzolaio e la persona che si fa pulire le scarpe (in basso a sinistra).

Solo la lentezza, la sobria ripetitività di gesti quotidiani, la guardinga fissità dell’attesa, hanno permesso a questi personaggi di essere immortalati alla storia.
Curioso, no?!

Il movimento dell’attesa

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In coda all’ASL attendo per più di due ore che venga il mio turno.
Aspetto. Io, assieme ad altre decine di persone.
Chi legge, chi osserva, chi ascolta, chi parla, chi domanda, chi cammina su e giù, qualcuno strepita rabbioso, altri accettano pacatamente o forse solo con rassegnazione.
Io osservo curioso ed un poco annoiato. Guardo tutte queste persone attorno a me.
La maggior parte di esse sono sedute sulle poltroncine. Apparentemente immobili, o comunque prigioniere del piccolo spazio che le accoglie.
Non riesco bene a mettere a fuoco, ma vi è qualcosa che sfugge.
Sono ferme, concentrate, inglobate nella loro attesa. Eppure… c’è qualcosa che va oltre.

Ma cosa?
A ben guardare sembra un movimento. Sì… o meglio. L’idea di un movimento. Un gesto in potenza.
La propensione verso l’obiettivo per cui sono lì.
Strizzo gli occhi e vedo lo slancio verso la fine dell’attesa, o più fisicamente, verso il gabbiotto a cui anelano.
Sono seduti, fermi ai blocchi di partenza. Pronti a correre la loro gara.

Ecco sì! E’ come se fossero tutti inginocchiati allo start di una gara podistica.
Fermi. Ma il loro corpo esprime nei gesti lenti della preparazione, la velocità della gara a venire, il guizzo muscoloso dello slancio.
Fermi, stanno già correndo sul rosso tracciato curvilineo.

Mi domando.
Compiamo gesti, movimenti, o siamo l’essenza del movimento stesso? Interpretiamo il ruolo che si schiude dentro di noi?
Quelle persone in attesa, aspettano solamente, o sono già là dove mirano? Si muovono o sono essi stessi il Movimento?
In loro si cela l’essenza di quel gesto. Loro sono quel gesto. Essi sono movimento allo stato puro.
O il pensiero di esso?

La realtà, ancora una volta mi chiedo, esiste davvero? O è racchiusa nella nostra testa?
Siamo ciò che facciamo o facciamo ciò che siamo?

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