Buffo il caso. Stavolta si presenta sottoforma di macchina fotografica del  nonno, ritrovata in un armadio.
Vedo ‘sto coso di pelle invecchiata e mi domando, mentre allungo le mani nella polvere, “Oh cos’è questo?”. Lo tiro fuori, non senza esibirmi in uno starnuto, segno immancabile del troppo tempo passato all’abbandono (e sì che mia nonna si prodiga sempre in strofinamenti e pulizie compulsive!), lo giro e vedo comparire una sagoma familiare. Sembra proprio la custodia di una macchina fotografica, a giudicare dalla sporgenza rotonda più o meno al centro della sagoma. Cosa c’è scritto sopra, impresso nella pelle marrone?
LEICA. Un nome certamente noto a chi mastica un po’ di fotografia.
“Ehi, ma.. vuoi vedere – penso – che questa è la vecchia fotocamera del nonno?” Apro la custodia ed effettivamente ne esce proprio uno strumento fotografico! Obiettivo, incisure dei diaframmi, ghiere in metallo con numeri vari impressi, slitta per il flash, oculari…
Muovo l’occhio verso quello che sembra il mirino e ci metto un po’ a capire come funziona. Sembra fatto di due parti. Come due mirini messi uno accanto all’altro. Ed effettivamente è proprio così! Giocando un po’ con lo sguardo e la testa, capisco che si tratta di un mirino normale affiancato ad uno a telemetro, utilissimo per la messa a fuoco (effettivamente, non essendo una reflex, come altro si potrebbe focheggiare?).
La soppeso e la tocco. Una macchina fotografica è come un corpo da carezzare. Anche il peso, la consistenza, il feeling al tatto fanno la loro parte!
Decisamente mi piace. Certo tutti quegli ingranaggi la rendono un po’ obsoleta ed “ostica” per uno abituato a circuiti elettrici, tasti e touchscreen, ma… mi piace! Dopo l’acquisto dell’Holga (uh!! di cui non ho parlato nel bloghi!) questa sembra poterne rappresentare la madre!

Con buona pace della nonna, mi porto via la macchina per studiarla a fondo. Già capire come fare per scattare non è  proprio elementare. A forza di prove riesco a capirci qualcosa (bastava girare una levetta…). Poi perché no, sfruttiamo la tecnologia dei tempi moderni per affrontare il passato! Scartabellando sulla rete trovo direttamente  le istruzioni e da alcune tabelle, ed il numero seriale impresso sul corpo della macchina, recupero il modello.

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LEICA IIIb. Anno di produzione, dal 1938 al ’40. Mia nonna mi conferma che la fotocamera era stata regalata al nonno prima della II Guerra Mondiale.

Morale della favola. La macchina sembra funzionare… quanto meno i pulsanti si pigiano, le ghiere si girano, l’ottica si muove, il diaframma si chiude, le tendine dell’otturatore sembrano fare il loro porco lavoro!
Non resta che metterci dentro un rullino a quanto pare (tra l’altro, a differenza della più “moderna” Holga, la Leica funziona con rullini da 35mm).
Ma no, troppo facile!

Perché non smontarla, per ripulirla dagli eccessivi segni che il tempo, complice l’aria ed un po’ di umidità, ha deciso di imprimere sul metallo di cui è fatta? E vogliamo parlare dell’ottica praticamente opacizzata (speriamo non siano funghetti)??!
Quindi, nuovamente internet. Leggo il leggibile. La cosa pare fattibile.
Famolo!

Da ieri la Leica è entrata “in officina”. Nuovamente con buona pace della nonna visto che si ciuccerà lei le “sedute di riparazione”. E’ già smontata in diverse parti. Riuscirà a tornare integra e funzionante? Ai posteri l’ardua sentenza!

Ecco qualche scatto prima dello smembramento.

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