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Dal dottore…
0Mi domando, cos’è che spinge così tante persone dal medico? La tosse, il dolorino, un po’ di catarro, una punta di febbre, il rossore, la bottarella. Uomini, donnne, giovani e meno giovani si ritrovano inconsapevolmente in un terapeutico rituale collettivo, un piccolo esercito mosso da… cosa? Dolore? Paura? Insicurezza? Dubbio?
Sicuramente molteplici e diversi sono i motivi che possono spingere una persona a farsi un’ora di macchina nel traffico cittadino per parlare di una tosse iniziata solo due giorni prima. Penso ai nostri nonni e mi domando loro come risolvevano due colpi di tosse. Mi chiedo quale sia la qualità di vita da ricercare. Quella nostra, frutto di una medicina ultra-specialistica, che porta la gente a non confidare più nei propri mezzi, ma a riporre le proprie paure verso un camice bianco, oppure quella dei nostri avi che sì, magari morivano prima, ma – mi viene da credere – forse meglio, nel contesto di una migliore qualità di vita?
Già Ivan Illich nel suo Nemesi Medica parlava di una società, quella dei paesi industrializzati, sempre più medicializzata ed insicura. Chi porta a cosa?! La società penso si muova assieme alle proprie dinamiche. Così un popolo insicuro porta ad una medicalizzazione sempre più spinta, mentre a sua volta l’eccessiva spinta sanitaria porta la società a sentirsi sempre meno sicura, sempre meno self-confident. In più abbiamo la TV a moltiplicare tutti i processi. Hai un rumorino di pancia?! Non vai al gabinetto da un giorno? Prendi lo yogurt promosso dall’avvenente donna di turno e tutto andrà meglio! Hai il raffreddore? La pastiglia da sciogliere nell’acqua, con tutte quelle belle bollicine ti farà bene! Dolori influenzali? Altra pasticca e vai in scioltezza! E così via, il tutto condito da trasmissioni che affrontano i temi medici con più o meno serietà che caldamente ti invitano a non sottovalutare nulla ed a rivolgerti sempre di più a diverse figure sanitarie.
Credo sia un po’ come educare un figlio. Crescilo standogli sempre dietro, facendo le cose per lui – seppur in ovvia buona fede – controllando quel che fa, tutelandolo e lui potrà sviluppare un senso di impotenza, di imbecillità; per la serie “se non mi lasciano fare nulla, vuol dire che sono stupido!?”. Ecco credo la società si muova in maniera similare. Un’eccessiva tutela priva le persone della propria sicurezza, nascone le personali capacità.
Ecco quindi che il signor Rossi, uomo grande e grosso, si piega davanti al bisogno di sentirsi dire che quella tosse che ha non è nulla se non un po’ di infiammazione legata alla stagione fredda. Ecco che la signora Maria chiede le supposte perché è solo un giorno che non va d’intestino. Ecco che Francesco, giovane chitarrista hard-rock, dal vestito nero, al medio un anello col teschio, si domanda se il polso che gli fa male dopo aver preso una “bottarella” pochi giorni prima abbia qualcosa che non va. E via, e via, e via… la liturgia della salute procede col proprio confessionale di cure.
Quando lavorerò mi piacerebbe sforzarmi ad aiutare le persone che si rivolgeranno a me a recuperare un minimo di amor proprio, a sapersela cavare – la dove possibile ovviamente – da soli. A sentirsi più autonomi e, in fin dei conti, più liberi. Perché la tosse sia sempre un sintomo importante di cui tener conto, ma che non diventi una schiavitù.
Impressionante lentezza
0Correre, più veloci, sempre più veloci. Fare presto, fare prima. Ci muoviamo spesso in maniera sconclusionata, ci affrettiamo alla continua rincorsa delle “cose da fare”. Ci creiamo continuamente mete da raggiungere. Bene. Ma di corsa. Male?
Camminare permette di osservare, capire, farsi domande. Correre ci costringe invece a guardare attentamente davanti a sé, per non rischiar di cadere!
Questi pensieri si sono curiosamente incrociati poco fa mentre leggevo un po’ di storia della Fotografia. Un signore di nome Louis Daguerre, a cavallo tra il Settecento e l’Ottocento, ha inventato un sistema di esposizione fotografica che da lui prende il nome: dagherrotipo.
Uno di questi dagherrotipi è il ritratto del Boulevard du Temlple, visibile da una delle finestre dell’ufficio di Daguerre.

La tecnica fotografica in questione costringeva a lunghi tempi di esposizione. Come tale, tutto ciò che è in movimento sufficientemente rapido sparisce come per magia dal fotogramma. Ecco quindi che, visti i tempi necessari per un dagherrotipo, dalla posa sono evaporati i carri, i cavalli e le persone che sicuramente affollavano il Boulevard in pieno giorno. Di loro restano solo ombre, vaghe macchie sulla lastra di rame.
Tutti? In realtà no. Aguzzando la vista si può osservare che le uniche persone impressionate sono il calzolaio e la persona che si fa pulire le scarpe (in basso a sinistra).
Solo la lentezza, la sobria ripetitività di gesti quotidiani, la guardinga fissità dell’attesa, hanno permesso a questi personaggi di essere immortalati alla storia.
Curioso, no?!
1 mese fa
