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L’ultimo compleanno
0Mi chiedo. Come dev’essere festeggiare un compleanno e sapere che sarà l’ultimo?
Frequento da un anno uno degli hospice (un giorno scriverò di più in merito, per ora basti dire che si tratta di un ricovero per malati terminali) della città in cui vivo. Ieri, al sole di una bella giornata d’inverno, uno dei pazienti ha festeggiato 88 anni portati benissimo. Mentre eravamo tutti assieme, operatori, pazienti e familiari nel salotto della struttura a brindare in suo onore, un sorriso solare e sincero si faceva largo dalle rughe attorno alla sua bocca. In piedi in mezzo al gruppo di persone, innalzava il suo bicchiere di plastica, riflettendo il nero del Porto nell’iride azzurra, resa più ampia dall’effetto miotico degli analgesici, e salutava tutti ringraziando.
Cosa sarà passato per la testa di quell’uomo in quei minuti, in mezzo a quella gente? Persone a lui vicine, ma fondamentalmente sconosciuti, raccolti lì attorno per via della sua malattia.
Come dev’essere ricevere complimenti per l’età, auguri di buon compleanno e sapere che probabilmente quello sarà l’ultimo festeggiato nella sua vita? Certo, per le persone lì ricoverate ogni giorno può essere l’ultimo, ma un compleanno… Sono quelle tappe obbligate che spingono a domandarsi qualche perché sul tempo, un po’ come passare dal VIA al Monopoli.
E allora perché?
Beh forse perché in certe situazioni le prospettive cambiano. Forse mi pongo io la domanda sbagliata.
Perché un simile compleanno? Perché si è felici di esserci. A 88 anni. Perché quando una malattia giudicata inguaribile sta per coglierti nel freddo abbraccio di cellule impazzite, ogni giorno che passa può essere un giorno vissuto. Perché per queste persone l’inganno dell’immortalità svanisce. Quel che resta, per chi riesce a coglierlo, è forse la semplice bellezza delle cose. La bellezza dell’esserci.
E allora auguri. Auguri vivissimi per i tuoi 88 anni. Che tu sia felice. Che poi è tutto…

Tirocinio post-laurea
0Proprio oggi ho terminato il secondo mese di tirocinio, in un reparto di medicina interna. Era cominciata male, ma per fortuna è finita meglio. Qualche “collega” di tirocinio mi ha detto che forse tendo ad essere troppo ottimista. Chi, io?!? Sviste a parte. Non penso sia questione di ottimismo o pessimismo, quanto di riuscire a fare. Credo che non ci siano cose belle o brutte, positive o negative, ma vi sia un po’ di tutto in ogni cosa, in ogni situazione così come in ogni persona. Un misto di stati che si mischiano con i nostri, in momenti diversi. Insomma un casino, no?!
Imparare, sul piano pratico, forse abbiamo imparato poco. Qualche protocollo terapeutico magari, ma senza troppa convinzione. Eravamo tanti, troppi. C’erano giorni in cui contavo più di quindici camici bianchi, tra strutturati, specializzandi, noi tirocinanti, tesisti ed avventori dell’ultima ora. Insomma, un tipico reparto universitario. Paradossale che si riesca ad imparare di più dagli ospedalieri piuttosto che dagli universitari?! Digressioni formative a parte. Sul piano clinico l’utilità di questo breve mese è stata certamente relativa. Personalmente mi è piaciuta una cosa. La misura.
Mi sono accorto che dall’iniziale diffidenza a muovermi per quelle undici stanze, pian piano sono riuscito a prendere una mia misura con le persone ricoverate. E mi ha dato soddisfazione. Parlare giorno giorno con loro, condividere sensazioni, rispondere a qualche dubbio, soddisfare qualche piccola richiesta. Il sorriso nei loro occhi è stato un bel regalo, per non parlare delle dolci parole di qualche anziana signora. Beh sì, sempre di più mi accorgo di avere un certo ascendente con le vecchie. Ci sarà da preoccuparsi?! Sarà per il capello brizzolato che comincia a far capolino tra i riccioli neri?!
Ho capito che anche in un ospedale per acuti c’è (o meglio, ci sarebbe) spazio per la comunicazione. E mi ha fatto piacere. E dispiacere allo stesso tempo, per come questo canale sia poco sfruttato; manca il tempo, dicono. E pare mancare agli strutturati, ma, purtroppo, anche agli specializzandi, giovani più o meno come me che apprendono il mestiere. Mi aspetterei di più, almeno da loro. Certo, magari sono soffocati da un’impronta pesante data dai “senior”, ma credo adesso più di prima che lo spazio per prendere la propria strada si possa ritagliare sempre. Sopratutto in un posto come quello. Peccato.
Sempre di più credo davvero che la comunicazione non sia tempo perso nell’assistenza alla persona malata, ma tempo di cura, tale e quale a quello dedicato ai vari tipi di terapie. Parlare con le persone può essere terapeutico. Ne sono convinto. E mi ha fatto piacere collaudarmi in questo mese in un posto simile.
La batteria mi dice or ora che ho diciannove minuti di carica residua, e non ho voglia di andare a cercare il cavo della corrente, quindi concludo. Secondo aspetto di questo mese.
L’iniziale diffidenza coi “colleghi” di tirocinio è andata diminuendo nel corso del mese. A me piace conoscere le persone, mi reputo un curioso di vite, ma questa mia iniziativa non è detto che sia corrisposta da tutti. Il mese precedente, in tal senso ,era andata meglio. Qui, almeno all’inizio, non mi trovavo affatto bene. Mi parevano tutti diffidenti, poco curiosi di conoscere gli altri, una caratteristica che tra l’altro, per un medico, mi pare utile. Ognuno pensava a sé e per sé. Poca, molto poca condivisione. Poi le cose sono lentamente andate migliorando. Certo non con tutti, ma ho potuto trovare qualcuno con cui entrare in un minimo di sintonia.
Propositi per future collaborazioni: dare e prendersi del tempo.
Vivere proiettato in un tempo che non è il tuo. Piegato verso il passato, o proteso nel futuro. Ma non saldo nell’Oggi del presente.
1 mese fa
