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Esserci o non esserci?
0Riconsegnato il secondo libretto del Tirocinio alla segreteria e ritirato il terzo, l’ultimo per l’ultimo mese. Colore verde. Tirocinio presso un medico di medicina generale. Così in questi giorni alterno l’assurdità delle domande per l’Esame di Stato (scoprendo tra l’altro l’esistenza di fantomatiche cellule di Clara nell’albero respiratorio) alla frequentazione in ambulatorio assieme ad una (bravissima e dolce) dottoressa, medico di famiglia.
Anche oggi ero lì, quando, annunciata da un cognome registrato a mano su una lista di visite, entra una signora di mezza età, dai capelli biondi un po’ stinti alla radice. Si volta verso di noi dopo aver chiuso lentamente la porta e, mentre mi alzo per presentarmi, noto in lei uno sguardo spento come le luci al neon sul soffitto. Rughe lunghe e profonde le solcano il viso, incorniciando la bocca in un lento abbraccio di tristezza. La signora si siede e capisco dalle prime battute tra lei e la dottoressa che un lutto di qualche tipo deve averla colpita di recente. Il colloquio va avanti. Con lo sguardo passo dagli occhi della signora, che si fanno via via più lucidi, al suo naso aquilino per scendere, come un abile sciatore, lungo canaloni di rughe che si congiungono al di sotto del mento.
Mentre resto concentrato sulle loro parole, mi accorgo di una cosa. Piuttosto che partecipare al loro dialogo, piuttosto che interessarmi di quel che stava accadendo, mi soffermo su un pensiero che ronza nelle orecchie come una zanzara in una notte d’estate. La signora non mi considera nemmeno di striscio!
Ora, pensando al tenore della conversazione, all’intimità tra le due donne, consolidata dagli anni di assistenza, per non parlare della conoscenza dei fatti, non avrebbe dovuto stupirmi un simile comportamento. Invece, chissà perché, mentre ero lì, mi dava fastidio che la donna non mi degnasse neppure di uno sguardo. Io c’ero, ero lì, perché lei non se ne accorgeva?!
Smanetto mentalmente, cerco di smuovere l’aria, mi sposto sulla sedia. Nulla. La donna si comporta come se non ci fossi!
Ripensandoci adesso. Io, in quel momento, effettivamente non c’ero! Il mio corpo era lì, il mio sedere effettivamente poggiava sulla seggiola, ma la mia mente, e forse qualcos’altro, no.
Ero distante da quel momento, da quella conversazione. In ultima analisi ero lontano dalla signora. Certo lei si rivolgeva verso la dottoressa, la “sua” dottoressa. Ma io, dov’ero? Ho avuto la costanza di “esserci”?! O mi sono offeso come un ragazzino messo in disparte durante un gioco?
Se fossi stato più presente, veramente presente, sarebbe cambiato qualcosa?! Forse no. Ma i conti con me stesso sarebbero stati diversi.
Propositi per il futuro.
Cercare di esserci sempre, con disponibilità, provando a mettere da parte il mio Io che riporta tutto su di sé…
Estremamente logorroica. O no?!
0Nel reparto di medicina interna dove sono stato il mese precedente avevano un’utile abitudine. Stilare quotidianamente dei “rapportini” per ogni paziente, in cui vengono riassunte le caratteristiche salienti in merito all’orientamento diagnostico, gli esami da fare ed in corso ed altri dettagli utili per snellire le consegne al cambio turno.
E’ così che un lunedì mattina, arrivando in reparto dopo il fine settimana, vedo che alla 30/2 era arrivata una nuova paziente. Lucia. “Episodio di sincope post-prandiale” diceva il rapportino. Così abbottono il camice raggrinzito dalla settimana precedente e mi avvio verso il corridoio lucido di linoleum in direzione della sua camera.
Mi affaccio alla porta della camera ed al secondo letto, quello prospiciente l’ampia vetrata, vedo una signora dai capelli biondi, raccolti in una crocchia, vestita con una bella vestaglia di seta di un celeste molto chiaro.
“Buongiorno” dico montando un sorriso che non si addice al mio essere a quell’ora di mattina. “Dottor tal dei tali” mi presento andando verso il suo letto, col sorriso ben incastonato tra i denti. Lei si volta lentamente, mostrandomi due occhietti del medesimo colore della vestaglia.
“Buongiorno a lei” risponde Lucia con fare incerto. Ci mettiamo a parlare del più e del meno. Perché sia giunta lì è sempre un buon argomento per cominciare le conversazioni, ho notato. Mi interesso di come stia, di cosa sia preoccupata e scopro subito che è spaventata dagli ospedali, dalle medicine e da quanto altro di meglio la classe medica ha da proporre.
“Pensi, non ho mai preso un farmaco in vita mia!” afferma con un misto tra convinzione e provocazione.
“Beh, forse è qui proprio per questo!” le rispondo con non troppa convinzione che spira tra le corde vocali.
“Eh, chissà, potrebbe essere l’ora di cominciare…”. Mi chiedo se si prenda gioco di me.
La conversazione va avanti finché non vengo richiamato “all’ordine” da un mio collega di tirocinio che mi invita a prender parte ad un aperitivo a base di ECG presso un’altra stanza. Saluto la signora e noto che nella sua stretta di mano adesso c’è più confidenza.
Ripasso da lei a fine mattinata e mi domanda inorridita cosa sia una scintigrafia miocardica, il primo dei giochi propostole dalla primaria. Benvenuta nel parco dei divertimenti. E non si paga neppure il biglietto! Mentre mi arzigogolo in fantomatiche spiegazioni circa il ruolo dei radio-nuclidi, di come il danno che esercitano sia paragonabile a non so quante migliaia di giornate di esposizione al sole – quindi praticamente innocui – di come si veda il cuore con questo esame e perché la boss gliel’abbia indicato, arrivano i suoi familiari. Una piccola tribù di ansiosi. Li saluto con garbo e mi dileguo.
Mentre saluto gli specializzandi e mi tolgo il vestito in maschera, penso alla povera Lucia in balia dei camici bianchi, alla sua ansia ed ostilità nei confronti della scienza medica; penso all’angoscia della figlia ansiosa (oltre che ansiogena) che ha fatto chiamare l’ambulanza, costringendo la mamma ad un ricovero per lei forzato. Il TSO della paura, la commedia degli inganni.
La mattina dopo torno in reparto, stampo il nuovo rapportino, lo scorro leggendo le novità come fosse il quotidiano nazionale, e alla 30/2 leggo, più o meno testualmente “… paziente estremamente logorroica … poco compliante alla terapia …”.
Mi ha fatto molto pensare quel termine usato da chi ha stilato quel rapporto: logorroica. Estremamente!
Certo, logorroica lo è, ma perché?! Forse per la paura di essere lì, circondata da sconosciuti, in un ambiente che ritiene ostile, nonostante capisca che è lì per il “suo bene”?!
I pazienti, le persone non sono, ma appaiono. Appaiono ad altre persone, i medici, gli infermieri, i sanitari che li hanno in cura. Ed appaiono in base a quel che mostrano a chi li osserva. E l’osservatore ci mette del suo nell’interpretare quel che vede, in base al proprio carattere, al suo vissuto, alla contingenza. Ecco quindi che un meccanismo di difesa di una donna ansiosa è avvertito come disturbo dal medico che la segue; esso ci tiene infatti a mettere in luce la logorrea, qualcosa che può essere di impedimento al “corretto” svolgimento delle operazioni, piuttosto che un disturbo della signora, di cui il troppo parlare è solo una conseguenza. Ecco quindi che la signora Lucia appare ad occhi ed orecchie diversi come una persona differente: da una parte la Lucia debole e bisognosa di attenzione, dall’altra quella che crea difficoltà, con cui è difficile lavorare.
Come sempre, credo che la verità stia nel mezzo o, in questo caso, comprenda ambedue questi aspetti e molto altro ancora…
PS. Al termine del periodo di ricovero la signora mi ha chiesto di andare un giorno a pranzo da loro. E ora che faccio?!!
Tirocinio post-laurea
0Proprio oggi ho terminato il secondo mese di tirocinio, in un reparto di medicina interna. Era cominciata male, ma per fortuna è finita meglio. Qualche “collega” di tirocinio mi ha detto che forse tendo ad essere troppo ottimista. Chi, io?!? Sviste a parte. Non penso sia questione di ottimismo o pessimismo, quanto di riuscire a fare. Credo che non ci siano cose belle o brutte, positive o negative, ma vi sia un po’ di tutto in ogni cosa, in ogni situazione così come in ogni persona. Un misto di stati che si mischiano con i nostri, in momenti diversi. Insomma un casino, no?!
Imparare, sul piano pratico, forse abbiamo imparato poco. Qualche protocollo terapeutico magari, ma senza troppa convinzione. Eravamo tanti, troppi. C’erano giorni in cui contavo più di quindici camici bianchi, tra strutturati, specializzandi, noi tirocinanti, tesisti ed avventori dell’ultima ora. Insomma, un tipico reparto universitario. Paradossale che si riesca ad imparare di più dagli ospedalieri piuttosto che dagli universitari?! Digressioni formative a parte. Sul piano clinico l’utilità di questo breve mese è stata certamente relativa. Personalmente mi è piaciuta una cosa. La misura.
Mi sono accorto che dall’iniziale diffidenza a muovermi per quelle undici stanze, pian piano sono riuscito a prendere una mia misura con le persone ricoverate. E mi ha dato soddisfazione. Parlare giorno giorno con loro, condividere sensazioni, rispondere a qualche dubbio, soddisfare qualche piccola richiesta. Il sorriso nei loro occhi è stato un bel regalo, per non parlare delle dolci parole di qualche anziana signora. Beh sì, sempre di più mi accorgo di avere un certo ascendente con le vecchie. Ci sarà da preoccuparsi?! Sarà per il capello brizzolato che comincia a far capolino tra i riccioli neri?!
Ho capito che anche in un ospedale per acuti c’è (o meglio, ci sarebbe) spazio per la comunicazione. E mi ha fatto piacere. E dispiacere allo stesso tempo, per come questo canale sia poco sfruttato; manca il tempo, dicono. E pare mancare agli strutturati, ma, purtroppo, anche agli specializzandi, giovani più o meno come me che apprendono il mestiere. Mi aspetterei di più, almeno da loro. Certo, magari sono soffocati da un’impronta pesante data dai “senior”, ma credo adesso più di prima che lo spazio per prendere la propria strada si possa ritagliare sempre. Sopratutto in un posto come quello. Peccato.
Sempre di più credo davvero che la comunicazione non sia tempo perso nell’assistenza alla persona malata, ma tempo di cura, tale e quale a quello dedicato ai vari tipi di terapie. Parlare con le persone può essere terapeutico. Ne sono convinto. E mi ha fatto piacere collaudarmi in questo mese in un posto simile.
La batteria mi dice or ora che ho diciannove minuti di carica residua, e non ho voglia di andare a cercare il cavo della corrente, quindi concludo. Secondo aspetto di questo mese.
L’iniziale diffidenza coi “colleghi” di tirocinio è andata diminuendo nel corso del mese. A me piace conoscere le persone, mi reputo un curioso di vite, ma questa mia iniziativa non è detto che sia corrisposta da tutti. Il mese precedente, in tal senso ,era andata meglio. Qui, almeno all’inizio, non mi trovavo affatto bene. Mi parevano tutti diffidenti, poco curiosi di conoscere gli altri, una caratteristica che tra l’altro, per un medico, mi pare utile. Ognuno pensava a sé e per sé. Poca, molto poca condivisione. Poi le cose sono lentamente andate migliorando. Certo non con tutti, ma ho potuto trovare qualcuno con cui entrare in un minimo di sintonia.
Propositi per future collaborazioni: dare e prendersi del tempo.
1 mese fa
