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Il puzzle della vita

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Una paziente stamani mi ha parlato di “frammenti della propria vita da rimettere insieme”. Un’immagine si è composta nella mia testa. Quella di lei chinata in terra a comporre un puzzle, i cui pezzi sono le sfaccettature della sua vita, i diversi aspetti di lei, i tasselli del suo vissuto.

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Mi chiedo allora, non siamo forse tutti chini sul nostro puzzle personale? La vita, il nostro essere che la crea giorno per giorno (perché siamo noi a creare la vita, non il contrario!), non sono forse un grande puzzle?

Vedo i piccoli pezzi scomposti sul pavimento. Ciascuno di essi è in grado di incunearsi solamente in specifici altri pezzi a lui complementari. Dall’alchimia geometrica di quest’unione prendono vita forme organiche. Solo una combinazione permette di strutturare un quadro degno di essere esposto. Il nostro personale quadro. Il nostro miglior ritratto.

Così come per un puzzle, giorno dopo giorno vi saranno parti di esso che si andranno componendo. Un angolo che va prendendo forma, il bordo che segue il suo decorso, una parte in mezzo di cui si intravede la costituzione ma che deve trovare una sua precisa collocazione…. sarà solo grazie all’unione dei pezzi giusti che i tasselli troveranno un senso nella loro incompiutezza.

Ogni tassello di questo grande puzzle è già Vita. Sta a noi unirli assieme, come bambini gelosi del loro ultimo giocattolo.

Non è facile, certo! Vanno prima di tutto cercati. Poi analizzati e compresi. Dopodiché occorre trovare il tassello che si combini in maniera univoca con l’altro. E così via… provando, sbagliando, riprovando… Il gioco è reso più difficile dal fatto che non abbiamo la scatola d’esempio che ci mostra l’immagine finale! Il disegno lo dobbiamo trovare dentro di noi!
Se i singoli pezzi di questo enorme gioco sono Vita, il puzzle completo, la sua rappresentazione, penso possano essere il senso che diamo ad essa!

Piccole riflessioni sulla Religione

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Dalle riflessioni sotto l’ombrellone alle riflessioni sotto il colonnato. Sarà che ultimamente mi capita spesso di pensare alla religione ed ai suoi risvolti etici. Sarà che Gaber suonato dalle cuffiette nell’orecchio è sempre un buono spunto. Sarà che il sottofondo del traffico nel viale smuove i pensieri come il moto di un mare oleoso di porto.
Sarà quel che sarà, nel tratto di strada sotto i portici di Piazza della Libertà (il nome sarà propiziatorio?!) pensavo ancora alla Religione. O meglio alle Religioni in un senso più ampio.

Perché ho smesso di credere? Più precisamente. Ho mai creduto veramente? Si certo, da piccolo pregavo un dio, suo figlio e la madre. Lo facevo perché mia nonna mi aveva insegnato a farlo. Lo facevo perché genitori poco convinti mi hanno mandato a catechismo, perché “Così si fa”, perché “E’ giusto che tu sia instradato, poi quando sarai grande potrai scegliere”, forse che da piccini non si possa scegliere quel che si sente più giusto per se stessi! Lo facevo perché quella sembrava una supposta normalità. Quella “supposta” si è poi sciolta nel tempo della crescita, lasciando più domande che certezze. Foderando un’ovattato senso di insoddisfazione là, nel basso ventre.
Qualcosa non mi ha mai convinto. No, non ho mai creduto veramente.

Perché, mi chiedo, dovrei credere all’esistenza di uno o più dei? Perché dovrei aver fede? Perché dovrei fermarmi al pacchetto preconfezionato di risposte che alcuni “ufficiali di rito” consegnano in mano a dei fedeli, come un pacco postale da scartare?
Il dubbio. Non è forse da esso che sorge la conoscenza? Se mi affido ai dogmi di una religione, dove credo di andare? Che margine di crescita ho? Che risposte trovo? Solo quelle che mi impongono. Ed a loro resto legato. Vi sarà sempre qualcuno che sceglierà per me, tutt’al più con me!
Il dubbio invece dà margine per la ricerca. Se non so, mi muovo per cercar di sapere. Cerco domande e da queste posso trovare risposte. Ma se altri domandano e soprattutto rispondono per me.. che senso ha?

Intendiamoci… questo meccanismo trovo sia utile per la conoscenza, chiamiamola pure.. materiale! E’ magnifico che nel mondo vi sia chi si fa le tue stesse domande. E’ comodo sapere le risposte obiettive che ha dato. Perché le formiche seguono tutte la fila l’una dietro l’altra? Perché alcuni pesci sono in grado di dare la scossa? Perché il cuore batte? Da dove vengono le parole? Perché il sole si muove? O è altro che si muove attorno ad esso? E’ magnifico che vi sia chi ha studiato simili comportamenti ed è stupendo potersi approvvigionare alle fonti del sapere.
Ma, penso, vi sono domande a cui ogni Uomo deve trovare una risposta da sé. Domande e risposte che ci permettono di muoversi lungo il cammino della vita. Certo molte domande possono apparire simili. Certo, anche in questo caso, le risposte che altri si sono dati possono tornare utili alla riflessione personale. Ma, di nuovo mi chiedo, una religione può essere utile in tal senso? Più precisamente.. un atto di fede! Non è limitativo? Affidarsi al verbo di qualcuno che professa una fede. Affidarsi a parole interpretate, tradotte o meno che siano. Non rischia di ottenere l’effetto contrario, ossia di far smettere di porsi domande?
Perché nasciamo? Perché un dio l’ha voluto. Perché moriamo? Perché sempre un dio ha decretato per noi un tempo. E che cazzo! Non è troppo comodo? Perché viviamo? Qual’è il nostro scopo? E soprattutto, c’è uno scopo? Ha un senso Tutto ciò? Un dio ti dice di sì e ti fornisce risposte utili allo scopo.
Ma è sufficiente? Non rischio in questo modo di non andare mai oltre? La fede fornisce tutte le risposte del caso. E quando la domanda si fa ostica beh… “le vie del Signore sono infinite”!!
Ecco che qui sta l’essenza della limitatezza della religione. D’accordo lo sfruttare le altrui riflessioni come base per sviluppare le proprie. Ma che riflessioni permette un dogma? Solo quelle che spaziano entro i suoi confini. E prima o poi quei confini si fanno vedere, sentire, toccare. Prima o poi la fede mostra la sua piccolezza. E tu, schiavo, non puoi andare oltre legato come sei nel credo. Penso quindi che la riflessione religiosa non sia utile alla crescita dell’individuo.
Ci sarà sempre una domanda oltre la quale la fede non può andare, se non con un misterioso “le vie del Signore sono infinite”. Gran cagata!  Infinite vie non sono forse da indagare e scoprire? Può non bastare una vita. Perfetto. Ma almeno cerco di seguire quelle che mi stimolano maggiormente, che reputo a me più utili. Cosa mi da invece una religione? Un campicello da arare ed una bella palizzata alta, oltre la quale la vista è preclusa.
Ricordo uno di quei ritornelli delle canzoni che ci facevano cantare a catechismo:

… quello che lasci tu lo conosci, il tuo Signore, cosa ti da?

Se non sbaglio prima risponde

Un popolo, la terra e la promessa

poi

il centuplo quaggiù e l’eternità

La terra promessa è qui. Essa è la fede. Essa dona più di ogni altra cosa, più di ogni altro mistero. Essa promette l’eternità. Ma qui. Ma la fede. Non altro.
Come dire… non porti domande. O meglio. Ponitele, tanto la fede ti da la risposta per tutte. Qui hai tutto quello di cui hai bisogno. Che bisogno c’è di andare oltre? Che bisogno c’è di mangiare proprio quella mela?

Il grande inganno nasce proprio attorno a quella favola. La mela del peccato. Trasformare in crimine lo slancio vitale che ci rende uomini. Quello della ricerca, della conoscenza. Mangia la mela e sei fottuto. Vai oltre quel che ti viene dato e sei rinnegato! Datti altre risposte e sei fuori gioco, fuori dal giardino, fuori….

Più che risposte penso sia utile avere dei “mezzi”. Così come per risolvere un’equazione è necessario conoscere la base teorica matematica, potrebbe essere utile, per risolvere certi dubbi, conoscere un metodo. Ecco, cosa non fornisce la Religione. Un metodo. Essa punta direttamente alle risposte. Mi veste intorno quel che vuole, lasciandomi nudo dentro. Un metodo invece fornisce la base per ricavare certe risposte. Un metodo, forse, è quello che forniscono le filosofie.

C’è ancora qualche altro aspetto che mi preme. Ho parlato prima di “schiavitù”. Ne ho parlato in senso figurato. Ma vi è nella religione un senso più materiale di questo concetto. La religione può rendere schiavi!
Quando ci si rivolge, più spesso, ad una religione? Tendenzialmente quando siamo vicini alla sofferenza. E quando si ha difficoltà a trovare quelle “domande” e quelle “risposte” di cui parlavo. Per me almeno è stato così (lasciando da parte l’inculturazione del catechismo… che a ben vedere è una forma di sofferenza, quella di sottostare alla legge del più forte, dell’adulto!). Intorno a me ho visto questo. Certo non sarà sempre così, ma spesso questo fattore è presente.
Forte è stato in tal senso l’impatto col culto religioso in Africa, in Kenya per la precisione. Benché al culto importato dal colonialismo fosse miscelato un po’ dell’animismo autoctono, facendo apparire la religione più “libera”, mi faceva pensare ad una gabbia. Una gabbia d’oro in cui può persino essere piacevole rinchiudersi quando il mondo attorno ti logora. Un qualcosa che ti da speranza. Che ti fa esulare dal tuo reale misero intorno.
In tal senso non è poi molto diverso da una droga, no?! Del resto Marx ha parlato della Religione come “oppio del popolo” o sbaglio? Beh credo avesse perfettamente ragione. La religione ha molti aspetti simili ad una droga. A “basse dosi” può essere piacevole, ti fa dimenticare, ti fa essere più confidente in te stesso, ti fa sperare… ad “alte dosi” rischia invece di strozzarti, di privarti della libertà. Perché la ricerchi? Perché l’intorno non ti conforta, ti schifa, ti opprime o fa paura. E non hai la forza, almeno in quel momento, di reagire da solo, con i tuoi mezzi.
E poi cominci a spacciarla. Non si va forse a far proselitismo verso altri?
Per non parlare dell’aspetto economico! Vi sono rappresentanti delle religioni che ci han fatto montagne di soldi spacciando i loro culti a giro per il mondo, a giro per i tempi. Ci sono anche quelli che addirittura l’hanno imposta con la forza e beh… credo che questo sia il massimo della violenza e della volgarità. Imporre le proprie idee agli altri. E’ una violenza carnale oltre che mentale.

No via… non posso credere che le risposte alle mie domande si possano racchiudere in una confezione religiosa. Non posso pensare che grazie a tante dosi di fede possa raggiungere una Verità. Preferisco faticare un po’ di più. Preferisco cercare. Foss’anche che questa ricerca mi conduca ad una sola risposta. Sarà comunque una risposta mia. Vera. In quanto il mondo, tutto il mono, sono Io, siamo Noi.

Dio, o come lo si voglia chiamare? Credo che un dio sia in ognuno di noi. Quello di cui leggiamo, di cui ci raccontano, quello in cui vogliamo credere è per me solo un’emanazione di noi stessi. Diceva un filosofo francese (se non erro) che la divinità è la rappresentazione della parte inarrivabile dell’uomo. Esso si sente incompleto. La proiezione della sua parte mancante è il dio. Per me è esattamente così. E voglio provare a sfruttare il piccolo dio che è in me. Coccolarlo per aiutarmi nella vita. Aiutarmi nel cercare risposte. Senza dimenticarmi però che esso è solo una parte di me.
Perché sono Io…  siamo Noi.

Adesso fate silenzio

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Qualcuno, forse, vuole smettere di subire l’oppressione di una non-vita nella quale è piombato.
Qualcuno, forse, vorrebbe sentirsi padrone delle proprie scelte.

Fate silenzio adesso, ciarlatani della politica.
Tacete ed abbiate rispetto di chi è molto, ma molto al di sopra della vostra meschinità.
Zitti… zitti.. ne avete tutti da guadagnare. Non perdete, se ve ne rimane, l’ultimo stralcio di dignità. Restate in silenzio per cortesia. Ed imparate da chi di dignità ha da trasmetterne anche a voi.
La saggezza dell’umiltà.
Ma voi, certo, non sapete neppure dove stia! Vero?!
Quindi, di nuovo, fate silenzio. Zitti!

Perché ognuno possa esser libero di scegliere della propria salute.
Perché ognuno possa disporre della propria vita.
Perché le nostre idee possano aver valore. Ed essere rispettate quando la voce verrà meno…

Into the Wild

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“La felicità è tale solo quando condivisa…”

Il piacere di condividere con altri, con l’Umanità. Riscoprire l’interezza, capire il potere dell’unione, dello stare assieme, del con-dividere.
Lo scoprirlo nel silenzio, immersi nella solitudine. Scoprirlo per contrasti. Capirlo tardi forse…
Ma capirlo!

Non voglio dire molto di questo bellissimo film di Sean Penn.
Un viaggio da scoprire, alla ricerca del mondo e di sé stessi. Una fuga, una rinascita, una vita.

Forse nutrito da un’eccessiva, inconscia volontà di annientarsi, il giovane Christopher McCandless rinuncia alla mascheratura che spesso, troppo spesso ed in modo opprimente, la vita tesse per ciascuno di noi. Vi rinuncia ed a poco a poco si riscopre.
Riscopre se stesso E gli altri. Se stesso CON gli altri, pur privandosi degli altri. E di se stesso…
Lo fa figgendo. Lo fa viaggiando. Muovendosi.

Un film da vedere, per comprendere qualcosa in più. O quanto meno pensare a qualcosa in più.

Una nota aggiuntiva. La splendida colonna sonora che, senza troppo invadere, troneggia dai titoli iniziali a quelli di coda. Non INvade, ma PERvade. Un grazie quindi anche a Eddie Vedder.

Per saperne di più, oltre che vedere il film:

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