Steve Von Till cicla accordi di chitarra acustica dalle casse, mentre sorseggio un caffè ormai troppo tiepido per poterlo definire buono. E mi accorgo che è proprio il gesto di cui ho bisogno. Non il sapore, o meglio non solo, ma proprio l’idea di prepararlo questo caffé, di sentirlo gorgogliare nella moka, e poi di buttarlo giù a piccoli sorsi, dolce di zucchero. E’ come aprire la finestra su un nuovo giorno. E respirare l’aria densa di ignoto. L’ignoto del futuro e delle aspettative.
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Le vite si incontrano così per caso
talvolta una stanza di pareti arancioni
quasi un riflesso dei tuoi capelli ramati
ho bussato, permesso,
la rabbia soppesa il passato di una vita smagrita
Occhi protesi in cerca del mondo
ti gira attorno e non riesci a fermarlo
mi chiedi che sia, ti dico che pensi?
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I fari marciano al ritmo del vento
Illuminando una strada di sputi e cemento.
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Dopo diverso tempo sono tornato in un reparto di clinica medica. Più precisamente una terapia intensiva geriatrica. Passare dalla medicina palliativa per cronici alla medicina intensiva per acuti è stato un discreto sbalzo attitudinale.
Un moderno reparto di terapia intensiva rappresenta secondo me l’apice di un certo atteggiamento che sembra investire la medicina dei paesi Occidentali. L’atteggiamento per cui, ad ogni costo, dobbiamo “guarire” fuggendo, come gazzelle inseguite dal leone, alla morte. Ed in questa mia riflessione mi limito agli anziani.
La morte spaventa la società civile e, in quanto parte di essa ed in quanto “paladini della salute”, i medici si trovano a combatterla con ogni forza e mezzo. Talvolta assieme ai pazienti, talaltra, mi chiedo, non si rendono conto di combatterla da soli?
Ciò che nuovamente ieri mi è capitato di domandarmi è: quanto i pazienti partecipano alle scelte dei sanitari?
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Categorie:Pensieri, Società & Politica Tag: acuti, burn out, cameriere, clinica medica, cura, geriatria, medicina, morire, morte, OMS, ospedale, ristorante, salute, scegliere, terapia, terapia intensiva
Pioggia di cristalli
Cade sulla strada
Tanti piccoli vetri
Schivano fari
Intimiditi dal freddo
Pioggia di cristalli
Bagna tutto intorno
Schiaffeggia il viso
Compagna del vento
Pioggia di cristalli
Tintinna il silenzio
Sottofondo a parole
Scala armonica di note
Per la tua canzone
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Vorrei poter condividere la bellezza di un fiore. Un’orchidea, direte voi? (naaa… mi sa tanto di pinocchio!). Comunque sia no. Non un’orchidea, né una rosa né tanto meno una margherita. Ma un fiore di zucca!
Ebbene sì, da topino di città quale sono mi sto accorgendo, con l’esperienza dell’orticello in terrazza, che la verdura non cresce sotto i neon dell’ipermercato. Non solo! Ma il frutto che compriamo in quello sterile quanto comodo luogo, è solo l’ultima parte di una tenue epopea di vita.
Prendi la zucchina appunto. Buona sì, bellina pure se vogliamo. Buonissimi i fiori fritti. Ma non sapevo che oltre al fiore sulla zucchina, crescesse anche di per sé dalla pianta. E quanto grande potesse essere! E quanto giallo potesse apparire! E quanto bello, davvero bello potesse sembrare.
Mi son seduto sullo sgabellino rosso e credo di esserci rimasto per cinque minutini buoni buoni a guardarlo. E per un poco, molto poco, non mi pareva di essere in mezzo al cementificio del viale di città. E per ancor meno mi è parso che tutto ciò di cui avessi bisogno fosse lì. Né più né meno.
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